Galleria Arturarte
Nepi (VT)
strada statale 311 km 36,300 (Settevene Zona Industriale via Cassia)
0761 527955
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Citta'
dal 6/3/2003 al 27/3/2003
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Arturarte




 
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6/3/2003

Citta'

Galleria Arturarte, Nepi (VT)

Massimo Antonelli recupera un frammento domestico come la grattugia e costruisce la sua personale deriva delle metropoli. Accumula gli elementi minimi nelle visioni babeliche della torre verticale, lanciando nello spazio monocromo le vertigini di un bassorilievo sempre piu' meticcio. L'oggetto reale diventa colore pittorico, manipolando l'apparente astrazione in un richiamo continuo alle citta' utopiche. La metropoli rinasce qui come pura visione sintetica, un segno nel cielo che mescola evocazioni mentali e mistero, apparenze di realta' fotografiche e solide sensualita' scultoree. A cura di Gianluca Marziani


comunicato stampa

INTRODUZIONE:

Grattacieli che grattano la pittura
Grattugie che svettano come groviera abitabili della città evoluta
Materiali diversi che si contaminano per evocare il paesaggio mentale

MASSIMO ANTONELLI recupera un frammento domestico come la grattugia e costruisce la sua personale deriva delle metropoli. Accumula gli elementi minimi nelle visioni babeliche della torre verticale, lanciando nello spazio monocromo le vertigini di un bassorilievo sempre più meticcio. L'oggetto reale diventa colore pittorico, manipolando l'apparente astrazione in un richiamo continuo alle città utopiche. La metropoli rinasce qui come pura visione sintetica, un segno nel cielo che mescola evocazioni mentali e mistero, apparenze di realtà fotografiche e solide sensualità scultoree.

La mostra CITTA' è un percorso silenzioso nato in vari anni di meditata ricerca. Un viaggio tra forme quadrate o verticali, tra gruppi di edifici o singoli grattacieli sopra colori piatti dalle stesure soffici. Ogni quadro stimola il pubblico ad interpretare la metropoli attraverso il meno edificabile degli elementi. Una vera grattugia, utile per spezzettare certi cibi, si trasforma così, in un corpo solido e sicuro. Un gioco dove l'ironia si mescola ai contenuti forti del 11 settembre 2001. Ricordando la preveggenza dell'artista davanti alla realtà, la sua capacità di sintesi visiva, la forza poetica di un dettaglio che diventa vero, paradossalmente più credibile della vita in continuo bilico.

Massimo Antonelli, intervista a cura di Laura Turco Liveri

Massimo Antonelli, classe 1942, nato a?

Nato in Africa, ad Asmara, in tempo di guerra; mio padre era funzionario del Banco di Roma, mia madre una casalinga "comica" ma molto simpatica. A due anni abitavo già a Campobasso con la famiglia.

Da ragazzo dipingevi; come ti sei accostato alla pittura?

Ho iniziato a circa quattordici anni, per solitudine, nella campagna che si raggiungeva solo a dorso di mulo dove mio nonno paterno si era ritirato ad allevare e studiare le abitudini delle api. L'estate mi scaricavano lì e nello studio del nonno ho scoperto la cassetta di colori lasciata dallo zio, Cesare Antonelli, architetto e pittore. Quattro, cinque tubetti di colore ad olio e pennelli: innamorato del colore ho cominciato a imitare i progetti dello zio e i suoi bozzetti della campagna. Madre spirituale è stata invece per me, verso i diciassette, Gilda Panziotti, pittrice della Scapigliatura milanese e zia acquisita dalla quale ho appreso la figura umana: brava ritrattista e paesaggista figurativa, in polemica con Burri e l'arte moderna, mi ha saputo valutare e incoraggiare ma, allo stesso tempo, insieme e in contrapposizione alla figura di zio Cesare, astratto amante di Le Corbusier e Sant'Elia, mi ha intimorito e bloccato nella mia pittura, incentrata allora su paesaggi urbani e prostitute: così ho smesso e verso i venticinque sono passato alla macchina da presa. Al Centro Sperimentale di Cinematografia ho avuto la fortuna di avere dei maestri come Rossellini e poi Francesco Maselli del quale sono stato aiuto regista. A contatto con loro, mi sono innamorato definitivamente dell'impegno nel sociale, occupandomi dei vari aspetti dell'emarginazione, sempre con quella vena ironica e autoironica che non mi ha mai abbandonato. Erano gli anni della contestazione del '68, Rossellini aveva spedito me e altri suoi allievi a Torino, a girare un documentario sulle occupazioni nelle fabbriche; in quel periodo sono cresciuto politicamente e culturalmente, e per molti anni ho seguito la strada del cinema e di certa televisione alternativa. Allo stesso tempo però, mi emozionavano le mostre d'avanguardia: sapevo che avevo interrotto la pittura perché non avevo trovato una chiave espressiva personale. Così, pur non smettendo mai con il cinema e la televisione, circa otto anni fa ho avvertito la necessità di tornare all'espressione pittorica. Ho ripreso uno degli ultimi miei quadri, una città-fabbrica sulla riva del mare. Il tema della disgregazione urbana - palazzi deserti, senza uomini - che avevo affrontato nel mio cinema-verità, usciva ora potentemente con scene tridimensionali anche in composizioni di origine pittorica: come l'installazione Ostia-Omaggio a Pier Paolo Pasolini, in cui confluivano le suggestioni cinematografiche di Antonioni, Pasolini e il Fritz Lang di Metropolis, in un assemblage di fotografia e assi di legno colorate. Un giorno, in un negozio ho trovato dieci grattugie: fu un'illuminazione, avevo trovato il simbolo per rappresentare i miei grattacieli, le mie periferie, le mie "fabbriche". La morte sociale, civile, la paura, l'angoscia esistenziale, le solitudini umane.

Tratti la grattugia come un elemento vivente, oltre che visivo, simbolico, tangibile e tridimensionale, più legato alla realtà rispetto alla stesura meramente pittorica: a cavallo tra pittura e ricostruzione ambientale cinematografica, la grattugia è quindi la tua sintesi espressiva ed esistenziale più assoluta.

Un giorno vorrò aprire le grattugie con un apriscatole, per trovare, in maniera minimalista, qualcosa che mi aiuti a capire ancora di più la società di oggi.

Le grattugie sono piene di buchi provocati dall'uomo; quando ci si sfrega su una grattugia ci si fa male veramente, vengono via i brani di carne. Il buco della grattugia è per te anche una mancanza, un'assenza che provoca un dolore lacerante, è questo il nesso tra la grattugia in sé e ciò che per te rappresenta?

Sono stato a New York e sono salito sull'Empire State Building: ho visto milioni di grattugie! Un vespaio che mette paura, che non ha rapporto con l'uomo. È la vita che ti gratta dentro; i buchi della grattugia sono tutti gli eventi tristi della vita: la solitudine, l'alienazione, la paranoia, la mia ulcera perforata. Se chiedi aiuto da una finestra di un grattacielo, non ti sente nessuno.

È come se il grattacielo entrasse dentro di noi e grattasse la nostra umanità, la nostra vita, la bellezza della vita. Un genocidio di massa, come diceva Pasolini. Per questo forse le tue grattugie mantengono il colore dell'acciaio, che produce anche eccezionali riflessi di luce e sfumature. Però le tue grattugie sono anche smaltate. Come intendi il colore sulle grattugie?

Massimo Lupoli, sensibile gallerista e mercante con cui ho stretto un'amicizia e un sodalizio culturale e professionale, e che mi ha sempre incoraggiato in questo percorso, dice che sono riuscito a colorare la tristezza. Credo che sia così. Lo verificheremo con il pubblico nella mia personale alla Galleria Arturarte il prossimo 7 marzo 2003.

Massimo Antonelli ha girato Tema di Marco (1972), Viggiù. Microcosmo di frontiera, Figli dentro le mura, Padre part time, oltre a un centinaio di documentari per la televisione italiana; ha curato al Teatro Argentina di Roma la regia di Bazar napoletano, primo esperimento al mondo con detenuti; ha pubblicato l'antologia fotografica Roma in Botticella e la raccolta di poesie Incontri.

INAUGURAZIONE: venerdì 7 marzo 2003, ore 21.00

CURA MOSTRA E CATALOGO: di Gianluca Marziani

Galleria Arturarte
Via Cassia km 26,300, Zona Industriale Settevene Nepi (VT)
Dal lunedì alla domenica, 10-18, lunedì mattina chiuso

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