Officina delle Zattere
Venezia
Dorsoduro, 947(Davanti allo Squero di San Trovaso-fermata ACTV Zattere)
041 5234348
WEB
Due mostre
dal 3/9/2015 al 17/10/2015
mar-dom 10-18

Segnalato da

Michela Meggiolaro




 
calendario eventi  :: 




3/9/2015

Due mostre

Officina delle Zattere, Venezia

La mostra 'Le citta' invisibili' di Alberto Andreis e Giovanni Marinelli interpreta la realta' attraverso lo studio della citta' come organismo fisico e meta-fisico. Marco Onofri presenta il suo lavoro fotografico nella personale 'Le Fil(le) Rouge'.


comunicato stampa

Le città invisibili
Alberto Andreis, Giovanni Marinelli

a cura di Gaia Conti e Christina Magnanelli Weitensfelder

Venerdì 4 settembre alle ore 18 la Bag Photo Art Gallery, presso l’Officina delle Zattere, presenta Le città invisibili, bi-personale di Alberto Andreis e Giovanni Marinelli. La mostra, a cura di Gaia Conti e Christina Magnanelli Weitensfelder, ha come oggetto l’interpretazione della realtà attraverso lo studio della città come organismo fisico e meta-fisico.

Il titolo dell’esposizione, Le città invisibili, è un chiaro omaggio alla sorprendente, e ancor oggi innovativa, opera del grande scrittore italiano Italo Calvino -“Ora scrivevo solo città contente, ora solo città tristi... uno stato d’animo, una riflessione, una lettura, una suggestione visiva, mi veniva di trasformarli in un’immagine di città” - da Sono nato in America. Interviste 1951-1985. Questo, lo spirito dell’esposizione: raccontare di una città personale, intima, nascosta, di città che potrebbero essere qui, ma forse si trovano altrove. Un altrove, che essendo difficilmente localizzabile, le rende di fatto invisibili.

Giovanni Marinelli, è un fotografo di lungo corso abituato a catturare momenti della quotidianità, spazi, situazioni e tempi cadenzati. In questa nuova produzione, invece, riesce a cristallizzare in un gesto un’atmosfera, un pensiero. L’artista individua nell’oscurità e nel non detto il suo modus operandi. Poca, pochissima luce, quasi il buio totale. Il nero è il colore del mistero, del caos e dell’inconoscibile. I suoi black buildings creano una comunicazione liberata dai canoni tradizionali, che tende a sussurrare l'incomunicabile, piuttosto che gridarlo apertamente. Una scelta che sembra scaturire da una determinazione interiore velata da nostalgia, da tristi ricordi che affiorano piano piano.

Le atmosfere degli scatti di Alberto Andreis, artista poliedrico, sono altrettanto nostalgiche, anche se fattivamente dissimili.
Il suo lavoro si muove in un territorio di prossimità, ma non di compiuta identificazione e i suoi sono dei soggetti urbani non asserviti alle esigenze della visualizzazione architettonica. Blues, Reds, Blacks e Greens - i titoli delle immagini, i blu, i rossi, i neri e i verdi. Il filo conduttore che lega la sua narrazione sta nel particolare che sottolinea, una luce, un cartellone, un’atmosfera, un profilo diventano il punto di emanazione tematica.

La città invisibile è un’atmosfera onirica, un simbolo, è finzione e chimera, è mentire e dire la verità. La propria. Con gli occhi di chi guarda e diversamente negli occhi di chi vede. Le città invisibili di questi due fotografi ritrovano nel fondo della memoria, nell'inconscio o nella ragione, le figure di molte città, per raccontarle. Entrambi hanno la capacità di interpretare, attraverso l’arte, lo spirito del proprio tempo e restituirlo in assoluta libertà.

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Marco Onofri
Le Fil(le) Rouge

a cura di Gaia Conti

Venerdì 4 settembre alle ore 18 l’Officina delle Zattere inaugura Le Fil(le) Rouge, esposizione personale di Marco Onofri. La mostra, a cura di Gaia Conti, presenta in anteprima a Venezia il nuovo lavoro del fotografo romagnolo caratterizzato da una lettura antropologica della dimensione della danza intesa come simbolo, come espressione di un rito lungo l’arco di un’unica coreografia in 9 tempi. La danza è “Mimetica, magica, incitatrice, costantemente sorretta dalla musica e strettamente connessa alla poesia” - come si legge nell’introduzione Treccani - e si esplica nella leggiadria del movimento e nella flessuosità del corpo. In questa particolare danza in 9 pezzi la protagonista si esprime in una coreografia che modella il tempo e lo spazio. Le fil(le) rouge, il titolo dell’esposizione, è un gioco di parole. Uno sfondo nero come la pece e al centro della scena, protagonista e decisa, si muove morbida una fille, una ragazza, che si dipana tra un’immagine e l’altra come un filo - il fil - quello che lega ogni foto: un intenso vestito rouge, rosso.

Ed è proprio il movimento di quest’abito, del quale si riesce quasi a percepire il fruscio, che è in grado di evocare un’atmosfera di illusione tra il conscio e l’inconscio. Il colore della vitalità, della passione, ma anche il colore del fuoco, del sangue e dell'aggressività. Tutti sentimenti acuti che indicano uno stato di eccitazione, ma allo stesso tempo di fierezza e orgoglio. Come scrive la curatrice, Gai Conti: “Guardare queste immagini è come leggere i capitoli di un Cappuccetto rosso moderno nel quale il lupo da cui fugge è il nero profondo che circonda, ma non riesce ad inghiottire, l’eroina. Non le serve il cappuccio per nascondere il volto in questa sorta di fuga senza fine, una lotta fiera, che passa da un riquadro all’altro, mutando la sua posizione, contorcendosi, concedendo spazio all’oscurità per poi riprenderselo.

Celebrazione, spiritualità, erotismo. Fuggire dai problemi, affrontare il vuoto. Il movimento nello spazio e la sua sospensione. L’eterna lotta con la quotidianità. Un richiamo alla mente a figure intense come quella della ballerina americana Martha Graham che con il suo corpo esile riusciva a far vibrare le emozioni. Un accenno a figure iconiche dell’arte come la danzatrice Loie Fullerche immortalata in un disegno tutta movimento e colore, da Toulouse Lautrec; ma quel vestito non fa che ricordarmi la Donna inginocchiata con vestito rosso di Egon Schiele, che sembra quasi volersi alzare e intraprendere la stessa danza, quel viso così altèro e quegli occhi pungenti”. La danza che Marco Onofri mette in scena è effimera e raffinata, attuale e primordiale allo stesso tempo è, come dice Nietzsche nel saggio La visione dionisiaca del mondo, un “linguaggio di gesti potenziato” verso l’immaginario traguardo delle nostre sfide quotidiane.

Ufficio stampa
Luisa Flora, 348 101 4893, press@arteeventi.com

Inaugurazione: venerdì 4 settembre ore 18.00

Officina delle Zattere
Dorsoduro, 947(Davanti allo Squero di San Trovaso-fermata ACTV Zattere) Venezia
da martedì a domenica, dalle 10 alle 18
ingresso libero

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