Galleria Folini Arte Contemporanea
Chiasso
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Vittorio Matino
dal 19/11/2004 al 31/1/2005
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Renato Folini


approfondimenti

Vittorio Matino



 
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19/11/2004

Vittorio Matino

Galleria Folini Arte Contemporanea, Chiasso

Cromie. La pittura recente di Vittorio Matino si presenta in un primo momento come una manifestazione di chiarezza e compostezza, che esprime pace e forza rasseneratrice. Dopo un istante, la percezione iniziale e' gia' sconvolta. Confermati quei valori, ne emergono altri, un'energia misurata ma intensa e complessa, metafora o visualizzazione della vita interiore, una rappresentazione della condizione dell'uomo davanti a se stesso.


comunicato stampa

cromie

La pittura recente di Vittorio Matino si presenta in un primo momento come una manifestazione di chiarezza e compostezza, che esprime pace e forza rasseneratrice. Dopo un istante, la percezione iniziale è già sconvolta. Confermati quei valori, ne emergono altri, un’energia misurata ma intensa e complessa, metafora o visualizzazione della vita interiore, una rappresentazione della condizione dell’uomo davanti a se stesso.

Tema e variazioni.
Appare dominante un tema pittorico, realizzato con luce e colore: una superficie limitata, ma dinamica, posta al centro di uno spazio illimitato. Da qui si sviluppano innumerevoli variazioni libere e imprevedibili. Il tema compositivo è dato in due tipologie, orizzontale o verticale. Il dipinto orizzontale offre di solito un lungo rettangolo, un trittico con una parte centrale dotata di una propria fisionomia, e due parti laterali tra loro simmetriche.
L’altra tipologia principale, più frequente, è il rettangolo verticale. Su un fondo spaziale di luce-colore, sorge un soggetto costituito di un altro rettangolo, dai colori accentuati, collocato più in avanti, come protagonista. Una scena di totale purezza pittorica, senza descrizione di figure corporee. Non è una scena teatrale. Però non è nemmeno uno spettacolo optical. Per quanto i fatti di qualità visiva siano di evidenza inequivocabile, è escluso che qui ci si possa fermare a una considerazione solo ottica o a fenomeni solo percettivi e sensoriali. Con dramma e urgenza sentiamo che tanto ordine, tanta limpidezza, sono il regno di una carica emozionale e di pensiero che sa evocare continuamente significati ulteriori.

Un mondo di significati complessi. Il cosmo, l’uomo.
La denotazione è rigorosa: una stele incorporea, realizzata in superfici astratte, una forma pittorica in quanto campo nello spazio, profilo, luce, colore. Ma le connotazioni (i significati ulteriori convogliati dal primo) sono grandi e abbondanti. L’immagine propone nel medesimo tempo sia un flusso di energia cosmica, sia una memoria astratta di figura umana. Non l’uomo, ma l’energia dell’uomo, o il rapporto tra l’uomo e lo spazio. L’apparizione di una Potenza, come in un’altra epoca storica poteva accadere sullo spazio im materiale di un’icona. Ma qui lo spazio-luce è lui stesso una rivelazione, un’evocazione visiva spaziale e cromatica, ed esprime una meditazione dove il contenuto non ci è stato dettato dalla voce di alcun profeta, e consiste nell’attività irrefrenabile di questo stesso spazio-luce-colore. Quando la dimensione verticale dell’icona incorporea è maggiore, si è sollecitati a pensare soprattutto a un evento cosmico. Quando l’estensione verticale è minore, l’immagine illimitata si limita come se diventasse umana. Possiamo dire, il monumento a un eroe astratto illustre e sovrapersonale, che ha lasciato l’immagine incancellabile del proprio affermarsi, certamente non l’immagine fisica ma l’immagine di un atto di affermazione e presenza. L’immagine dell’io, di una presenza diretta e ineliminabile, l’Io della primordiale enunciazione che dice: Io penso dunque esisto. Non un io autobiografico congegnato di cronache individuali, bensì l’autoaffermazione allo stato puro, in sè, e in forma visualizzata. Il segmento di spazio colorato campeggia forte, e suggerisce l’idea di una presenza e una coscienza nel pieno della sua dignità, della sua fermezza. Più contempliamo questa stele limpida senza volto, e più essa ci sollecita a meditare sul mistero dei suoi possibili contenuti inconsci, il suo essere sotterraneo che quanto più lo illumini tanto più splende oscuro, brillante, cromatico. Stele in memoria del presente, anzi del futuro, perché quel personaggio assolutamente astratto continua a vivere da un istante all’altro, persiste come continuità nel tempo, verso il tempo successivo. Il soggetto di una biografia sopraindividuale. Stele per un racconto dove l’io è un soggetto cosmico più che un soggetto di antropologia. Dall’antropologia stiamo passando alla cosmologia, e viceversa. Sembra che il suo significato sia quello di un Io in universale, dove ciascun io, l’io di chiunque gli si metta davanti, è attirato ad affermare: quello sono io; o a domandare: perché, come mai sto pensando che quello sono io? Certamente è qualcuno che ha a che fare con me. È lecito rivolgersi a quella non-stele astratta, e dire: Tu? È un interlocutore? Uno che mi affronta? A questo punto avviene un colloquio. La purezza rigorosa e pittorica del personaggio astratto è una chiamata, una sollecitazione, che mi invita a riconoscere un io e nel medesimo tempo a riconoscere la potenzialità di un tu. Se le cose vanno in questo modo, se in queste immagini è annidato il significato di un io, unito al significato di un tu, allora la pittura di Vittorio Matino deve essere riconosciuta come il dialogo fondamentale elementare e sgomentante che consiste nel sentire il proprio se stesso, l’io osservante, in un profondo interscambio con l’altro. Non ci sono grida e non ci sono proclamazioni esplicite, non ci sono comizi. Solo una presenza intuitiva. Sembrava una pittura chiusa, monolitica! Ed è invece un atto non solo soggettivo ma intersoggettivo.

Procedimenti pittorici. Il colore.
Consideriamo forma, stile, tecnica. Cominciamo da che cosa non è. Non è un colore di origine naturalistica ossia ricavato dal panorama empirico mondano. Non è nemmeno un colore di tipo minimalista secondo le indagini della scienza cromatica. Il colore di Vittorio Matino include anche queste cose, ma su un altro livello di discorso. È un colore espressivo, soggettivo e in fin dei conti esistenziale, ossia inventato dal pittore per atto di libera scelta individuale. L’artista non punta sul colore primario ma su mescolanze non programmabili: il colore è raffinato, audace ma delicato, e anche teneramente affettuoso; generato da un atto creativo che ama e rispetta la complessità, perché il modo di vivere dell’uomo è il rimescolio di ogni esperienza, anche le più complesse. Il colore di Matino nasce per sensibilità instintiva ed emozionale, al di fuori di qualsasi semplificazione, schema o programma.
La dialettica tra protagonista e fondo, di cui abbiamo parlato a proposito di spazio e forma, si ripresenta nel colore. Il protagonista astratto centrale, il dignitosissimo obelisco a un eroe pittorico o pitturale, è una tensione di colori che si sovrappongono con innumerevole gioco di velature e trasparenze. Il dosaggio delle luci va dalla solarità fino all’ombra, o a un velo di trattenuto lutto. La luce è una proprietà che deriva dalla scelta coloristica, si diffonde dappertutto, e ci offre un mondo di superfici cromatiche-luminose, come se non esistesse materia o massa, ma solo energia luminosa.

Aspetti materici.
Gli aspetti tecnici e materiali della pittura non devono mai essere sottovalutati. Sappiamo bene che abitudini di pensiero di tipo idealistico ci inducono nella tentazione di prendere la pittura come ideazione di forme e significati ecc. ecc. allo stato cosiddetto puro, quasi che la pittura fosse un atto immateriale per spettatori immateriali, senza corpo come gli angeli. Ma l’angelismo è una forma di menzogna. In verità, alla materia pittorica Matino dedica un’attenzione implacabile. È ben vero che nel suo lavoro la materia è lieve, quasi senza massa, o con una massa assottigliata al minimo. Ma questo non vuol dire trascurare la matericità, vuol dire invece curarla con estrema esattezza. La controprova è data dalla manualità, dal mestiere del pittore: lui, la sua mano, il suo pennello. Il colore acrilico si presta ad essere graduato o diluito come si vuole. Però ha i suoi rischi. Se usato pastoso, o trattato con un pennello a setole rigide, l’effetto cambia e può sfuggire al controllo. Matino adopera la spatola e poi pennelli dalle setole morbidissime, che consentono di stendere il colore liquido con movimento fluente, evitando che si formino tracce o righe incontrollate, e servono a eseguire in modo compatto e continuo superfici estese quasi impalpabili. Altri pennelli sono di misura sempre più ridotta, fino alla possibilità di condurre sottili profili.
L’aspetto corporeo terrestre del mestiere di dipingere deve essere tenuto ben presente. Con questi controlli materici, Matino lavora a proporci la condizione umana, che è quella dell’uomo come spiritualità dell’Io corporeo. La nostra cultura è questa.

Il senso della linearità flessibile.
All’interno dell’opera pittorica di Matino troviamo lunghe linee quasi rette, leggermente curve, flessibili. Esse si formano dal gesto di stendere il colore, sono i confini delle zone colorate. I profili e i tracciati costituiscono il tessuto interno della stele astratta, il personaggio assiale che è sempre lievemente mosso, nella dinamica della sua costruzione e nelle sue velature. Tali movenze di origine gestuale non sono prodotti automatici della natura, bensì creazioni della cultura. La lenta, accurata gestualità del dipingere è passata attraverso un filtro culturale. Un sintomo rivelatore è fornito da un documento iconografico. Matino conserva nel suo studio la fotografia di una scultura asiatica, rappresentante una figura umana fortemente stilizzata. La fotografia mette in evidenza i profili: con una curvatura un po’più accentuata, contiene lineamenti a cui certamente si apparentano i dipinti di Matino. Come sempre, l’artista è autonomo e libero nello scegliersi i propi antenati! Nelle opere più recenti il sistema spaziale lineare offre nuove soluzioni. Verso la parte superiore, il personaggio astratto di colori, la stele pittorica, si apre producendo un bivio. È un forte e nuovo accento di complessità dinamica. Nessuno può descrivere verso quale meta condurranno le due direzioni.

Storia di una pittura meditata. Una conquista qualitativa.
Dopo gli anni di studio, la prima pittura di Matino è carica di riferimenti sociali ed esistenziali, come ai modelli di Bacon e Giacometti. Attraverso la riflessione su Matisse e Klee comprende che la pittura può essere nel medesimo tempo figurativa e astratta, quando in essa prevale la pittoricità come tale. Conosce l’opera di p. Mondrian, M. Rothko, B. Newmann, M. Louis. L’estensione dei riferimenti storici della pittura di Matino è messa in evidenza, negli anni Novanta, da alcuni critici (Valentine Marcadé, Giuliano Menato) che la ricollegano anche a premesse lontane nel tempo, l’arte bizantina, l’icona, la sacra rappresentazione, che Matino ripensa su piano nuovo e laico. A noi sembra che Vittorio Matino abbia compiuto un passo decisivo in questi primi anni del secolo. Dopo la geometria in orizzontale e verticale, che comprendeva sia l’insieme della composizione sia la conduzione del tratto; dopo l’uso di geometrie complesse a tracciati obliqui – l’artista se ne libera. Il supporto geometrico non è più necessario. I segmenti rettilinei verticali e orizzontali e gli schemi ortogonali sono abbandonati. Le forme si muovono in modo delicato ma totale; la razionalità si interiorizza, l’insieme dell’immagine acquista nuova e maggiore forza. Nella sua dignità pittorica, sempre più intessuta del pensiero della presenza del cosmo e dell’uomo, reale anche se indiretta e celata, il dipinto sale a un nuovo livello qualitativo, quello dell’invenzione libera, l’autonomia e il movimento interno della vita. È proprio là dentro che si svolge il colloquio con l’uomo.
Giuseppe Curonici

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VITTORIO MATINO - UN’INDICIBILE CONOSCENZA

Il panorama artistico contemporaneo è dominato in modo schiacciante da manifestazioni veicolate secondo le più potenti e clamorose modalità comunicative e che si autodefiniscono artistiche; si attribuiscono un’aura engagé, proponendosi come avanguardie contrarie ad espressioni conservatrici. All’inverso d’ogni iniziale attività del pensiero realmente creativo, esse si diffondono dalle più autorevoli sedi istituzionali, musei, biennali ecc, si dipartono proprio dai luoghi a cui invece usualmente, un tempo, l’arte approdava; capovolgendo, in questo modo, la prospettiva e la logica di un’affermazione e di una divulgazione. Simile pratica, che vede a livello planetario, tutti i musei ingombrati, ovunque e sempre, dalla medesima mediocre mercanzia, non può rovesciare la realtà: nonostante la messinscena, è chiaramente quella l’accademia da propagare, la vulgata artistica da imitare.
Il pensiero, la riflessione, l’indagine, la poesia, la gioia che nuove acquisizioni conoscitive ed emotive possono donare; l’arte, ciò nondimeno risiede altrove.

L’opera pittorica di Vittorio Matino si dipana – da quello studio in ….aggiungere via …a Parigi nel 1970 - sempre con la medesima, persistente determinazione, con la stessa volontà chiara e salda, aperta ad ogni possibile approfondimento e verifica, sottintendendo ininterrottamente la ricerca di una conferma del dato che unicamente nella manifestazione visiva del pensiero, si può esprimere ciò che le parole non potranno in nessun caso dire, che nella pittura, più d’ogni altra cosa, si può suggerire, adombrare, illuminare, ciò che all’ingegno non si è specificato. Intendimento del tutto contrario a tanta ”arte contemporanea” che origina da banalità, pseudo provocazioni, da gags - ambientali, visive, comportamentali è indifferente - scelte ed attuate proprio perché il loro effetto scioccante sarà scontato, concedendo alla platea il brivido di “spiegare” ciò che fin da prima era ben noto. Solo la pittura, parla, sfida quei confini ove il sapere ancora non è consolidato, dove esso è continuamente in formazione; nell’azzardo la possibilità della manifestazione della bellezza, nell’intuizione l’acquisizione di sapere, pittura arte veritiera, che mai potrà mentire, pena il suo stesso fallimento.
Nel tempo l’opera di Matino, secondo sue costanti logiche, ha avuto una continua evoluzione; da un’iniziale ripartizione lineare della superficie pittorica, di cui abbiamo un esempio parallelo in Ryman, ad una fase più calda ove l’artista sembra avvertire la necessità di una sintesi, di un chiarimento storico, tra talune intuizioni relative al trattamento della superficie secondo scansioni e varianze cromatico-luministiche presenti nel futurismo in una felice sintesi con il senso dello spazio e dell’ininterrotto trascorrere del tempo, che possiamo trovare precedentemente nel Dorazio dei reticoli. E’, quindi, quella di Matino, una riflessione di grande respiro che intende calibrare ogni suo mutamento secondo attentissime strategie, nella più ferma volontà di misurarsi con i momenti più alti della pittura del Novecento e, da qui, Matino innova non accettando una semplice pur alta rimeditazione del già dato, bensì avventurandosi risoluto in tutti quei territori della pittura a costruzione lirico-razionale, che permangono inesplorati, e che, nelle sue opere, nella loro virginale appassionata bellezza, ci si presentano come incessante scoperta, rivelazione. Le opere di Matino muovono da assunti analitici e metodologici sul farsi della pittura, palesando con i lori risultati le sue compiute, autoreferenziali valenze espressive, esse, nella loro presenza, sono rilevanti in se stesse, non rimandano ad alcunché se non alla propria, strutturale, necessità di relazionare i rapporti che uniscono le varie cromie che si affiancano e che si sovrappongono in austere campiture e complesse velature; tramite il colore esse rinviano all’ineluttabilità della percezione, alla sua intima capacità, di essere pura conoscenza.
E dire che, un tempo, l’arte “strutturata”, alla ricerca delle meccaniche interne della pittura, ne aveva smembrato il corpo in frammenti, riducendolo a sintagmi giustapposti, a Gestalt; ne aveva sterilizzato le capacità comunicative condotte ad essere una sorta di semplice analisi, calcoli, concettualismi, quasi privi di capacità di apportare esperienze sensibili. Per trovare un’espressione simile a quella di Matino, che esplicitamente ci obbliga a percorrere quella via dove il singolo colore non vale per se stesso, ma vive delle relazioni in cui di volta in volta viene a trovarsi, dobbiamo senz’altro risalire a J. Albers, alle sue iterazioni, al suo Tribute to the square, al suo dimostrare che l’entità colore di per sé, isolata, non esiste e si potrebbe risalire anche ad alcuni versanti delle più avanzate sperimentazioni cromatiche dell’Orfismo. Eppure, Matino non è riconducibile e assimilabile ad esperienze storicizzate, anche se i suoi dipinti fortemente s’inseriscono in un contesto di problematiche che sono state per prime affrontate in ambito internazionale. Non si tratta solo di un riferimento che sposta l’opera di Matino fuori da limiti territoriali, bensì che ne assevera la poetica nell’ambito di quelli che sono risultati i concetti che più hanno segnato la riflessione sul significato che può assumere il fare pittura nella seconda metà del secolo appena trascorso: soprattutto l’attualissima riflessione se la pittura in sé, può essere ancora capace di trasmettere realmente messaggi; vale a dire, al punto in cui è giunta, di rivestire, elitaria o meno, una funzione; di essere tuttora vitale, utile alle emozioni e all’intelletto. Ed in questo ambito tematico che il lavoro di Matino è un nuovo, lungamente maturato, impensato, magistrale apporto.
Chi osserva le opere di Matino, non può sottrarsi alla loro effusiva bellezza, all’irradiarsi di una liricità che, pacata ed al contempo decisa, scuote il fruitore turbandone la percezione – quella percezione che, essendone la sua prima esiziale interpretazione, muta il soggetto e con esso il potere di trasformare il mondo. Investiti da sconosciute sensitive informazioni subiamo un diverso orientamento, ci si dischiudono altre, possibili peripezie dello spirito.
Riflettere delle sue opere – vista anche la lucidità teorica con cui l’artista motiva il suo procedere - è più semplice da un punto di vista di prospettiva storica; immediata può essere l’associazione a Rothko, a Ad Reinhardt, a Morris Louis, le cui opere Matino aveva già avuto modo di conoscere nei primi anni ’70 a New York, piuttosto che procedere ad un’analisi visiva che può risultare essere maggiormente difficoltosa, positivamente assai più impervia. Ed è proprio la “difficoltà”, la misteriosa meraviglia delle opere di Matino, il loro porci di fronte a fenomeni inusitati, il proporre trasparenti portenti visuali, non ancora descritti, non ancora concettualizzati, definiti ed ipostatizzati, che fonda la loro differenza, il loro lasciarsi alle spalle ciò che è già conosciuto dall’esperienza, ciò che è già stato nominato, per indirizzarsi decise a definire ed instaurare una splendida sfida visiva ai nostri sensi, alla nostra mente, che coinvolti subiscono uno spostamento, ed in questo moto accedono ad una diversa scala di valori, altre inquietudini, lievi movenze della psiche. E’ la loro indicibilità, la loro luminosa enigmatica attrazione, che le pone nel ristrettissimo novero delle opere che oggi sono realmente arte, che hanno qualcosa da indicare, da enunciare, elevandole così nella grande continuità del moderno, lontano da mercificate banalità che vorrebbero assimilare le nostre esistenze.
Sino ad oggi le opere di Matino si erano divise su scansioni cromatiche geometricamente definite in ragione del formarsi dei vicendevoli rapporti, ed è molto difficile rammentare altri momenti, altri luoghi dove il colore, del tutto autonomamente, abbia assunto valenze comunicative così intense, in nessun momento il colore era stato in grado di avere suggestioni a tal punto risonanti ed evocative: mai aveva cantato in modo così alto.
Sembrava, a tal punto giunti, che non vi potesse essere, che non fosse necessario, un oltre, un altro arricchimento, un ulteriore sviluppo. Invece, Matino, in queste ultime straordinarie tele esposte da Folini Arte Contemporanea di Chiasso, sposta nuovamente il proprio operare, mutando l’angolo espressivo, abbandona la costruzione geometrica, liberando la pittura e con essa, totalmente, il colore. Se la pittura, può essere il tramite per manifestarsi in noi dello stupore, del sentimento del meraviglioso, dell’ansia, dell’inquietudine, dell’idea del continuo mutamento, tutti incredibilmente razionalmente percepiti, qui, nel reverenziale amore per l’atto pittorico, nella sensibilità del sospenderlo prima che divenga chiusa definitiva, nella partecipazione sensuale, nella sommessa monumentalità, distaccata libertà, qui, in queste opere, si è manifestato in modo inusitato, assolutamente inarrivabile.
L’opera di Matino pone delle incognite visive a cui, senza interposizione, fornisce splendenti ipotesi, soluzioni suggerite tramite la poesia del colore, le sue infinite metafore. Questi dipinti però non sono da intendersi come la manifestazione, la traduzione aniconica d’immagini, essi invece - nel loro distinto affiorare alla coscienza - per nominarli, inducono a ricorrere a metonimie, a creare narrazioni, scoprire relazioni, ideare sistemi. E’ questa una delle primarie funzioni che rende necessaria la pittura, l’arte; offrire la motivazione, la facoltà d’indagare, di conoscere intuitivamente ciò che razionalmente e scientificamente non è stato scoperto. In questo l’arte di Matino è diversa e migliore della scienza.

Traspare da queste recenti opere di Vittorio Matino, un fermo antideologismo, una schietta, forte volontà d’intraprendere, senza nessuna retorica, nuovi viaggi, nuove avventure e scoperte, accompagnati dall’inscindibile unione di ragione ed emozione.
In arte tutto accade dentro l’opera, il resto è esterno, successivo, il ferrigno indagare critico, l’altera storia dell’arte, persino l’esistenza, tutto vi è sottomesso, ordinato dal suo riverbero. Tuttavia la pittura non è la realtà, essa è una realtà, non è la vita ma, senza il sapere dell’arte, la vita sarebbe di molto immiserita.
Se la pittura non potrà salvare il mondo almeno ci assista nel comprenderlo e, così, salvi se stessa e con essa chi ancora confida nel senso in tutte le sue possibili manifestazioni.
Domenico D’Oora

Immagine: Vittorio Matino, L'azuritè cm 117 x 83 002

Inaugurazione: 20 novembre 2004 dalle ore 18.00
Sarà presente l’artista

Periodo: Dal 20 novembre al 31 gennaio 2004

Catalogo: catalogo in galleria, testi di Giuseppe Cronici e Domenico D’Oora (testi in italiano e inglese)

FOLINI ARTE CONTEMPORANEA
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Domenico D'Oora
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