Villa Serena
Bologna
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Clara Bonfiglio
dal 13/6/2001 al 30/6/2001

Segnalato da

Antonio d'Orazio




 
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13/6/2001

Clara Bonfiglio

Villa Serena, Bologna

Nell'ambito della rassegna curata da Antonio D'orazio. -"Bonfiglio e i suoi coetanei, di una quindicina d'anni piu' giovani dei concettuali, si formano in anni in cui la tautologia e i suoi paradossi sono il pane quotidiano. Naturale, quindi, che molti di loro muovano ancora da queste pratiche, ma trattandole con una sensibilita' assai piu' libera e irriverente, infinitamente meno rigorosa.(...) Cosa ci presenta Bonfiglio, in questa occasione? Una stanza buia, dove si vedono solo, proiettate su di una parete, due scritte identiche: "vedovedovedovedo". Entriamo in un ambiente che ci offre alla vista solo la prima persona singolare del verbo vedere, ripetuta quattro volte per due." (Guido Bartorelli)


comunicato stampa


C'è poco da fare: nascere in alcuni anni, piuttosto che in altri, colloca in un preciso contesto culturale e non in un altro. I coetanei sono posti in faccia a una serie di interrogativi, stimoli, fermenti che sono epocali e quindi condivisi. Ognuno, più o meno per conto suo, matura la propria risposta allo standard collettivo.
Ma siccome la risposta, per quanto unica e individuale, è alla medesima domanda, va da sé che molti tratti rimangono comuni, si echeggiano a vicenda e vengono a costituire il marchio indelebile di una generazione.

Clara Bonfiglio (Milano, 1959) si è trovata a formarsi in una fase in cui esercitava un'attrazione fortissima l'arte concettuale. Un lavoro concettuale tra i più esemplari e influenti è, ad esempio, Neon Electrical Light English Glass Letters (1966) di Joseph Kosuth, in cui delle lettere al neon, le medesime cui fa riferimento il titolo, scrivono l'enunciato stesso del titolo.
È evidente che si innesca un cortocircuito senza respiro: le lettere di vetro luminose al neon ecc… nominano se stesse, sono segni di se stesse, in un auto-riflessione che esclude qualsiasi altro rapporto.
Rientriamo nella pratica della cosiddetta tautologia, ossia di una proposizione nella quale il predicato ripete il concetto già contenuto nel soggetto: a è a, i caratteri luminosi affermano: "Siamo caratteri luminosi".
Semplice no? Per niente! Perché proprio il tentativo di far combaciare la cosa - la lettera al neon in quanto cosa - con il segno linguistico - la lettera al neon in quanto segno linguistico - ci rivela, in realtà, la voragine che rende irriducibili le due dimensioni e quanto il ponte che le collega, che le mette in rapporto sia un'istituzione umana. Umana e arbitraria.

La scritta "Neon Electrical Light" non sarà mai la realtà stessa di alcune lettere luminose al neon, anche se nell'opera di Kosuth scritta e cosa si trovano sovrapposte.
Non è forse vero che noi siamo costretti ad alternare due atteggiamenti mentali ben distinti, uno che ci fa esperire la cosa, l'altro che ci fa leggere la scritta? E farli coincidere non è proprio possibile: o l'uno o l'altro.
Semmai, per così dire, li si potrebbe portare in emulsione, ma mai in soluzione. Provate a pensare, tanto per fare un altro esempio, a Bologna, ma non come città, bensì come mappa di se stessa, la mappa più perfetta e dettagliata che ci sia dato immaginare.
È possibile, certo, ma pur di disattivare, appunto, la funzione mentale che ci fa considerare Bologna come città, come cosa e attivare quella che ci fa considerare Bologna come segno.

Ma allora, alla fine, non è esatto parlare di tautologia, perché nessuna a-cosa che afferma di essere a, afferma una realtà uguale a sé, perché l'a del predicato è un segno e il segno è comunque altro dalla cosa.

Il che è un modo per riflettere sulla possibilità che ha il linguaggio di carpire il reale oltre se stesso, oltre il reticolo delle relazioni interne.
Ed è proprio un'opera come quella di Kosuth che dà il via alla riflessione sui linguaggi che ha caratterizzato buona parte dell'arte e della cultura di allora - non dimentichiamo che, sempre nel '66, esce Le parole e le cose di Michel Foucault, un testo che dà un'ulteriore spinta in questa direzione.

Bonfiglio e i suoi coetanei, di una quindicina d'anni più giovani dei concettuali, si formano in anni in cui la tautologia e i suoi paradossi sono il pane quotidiano.
Naturale, quindi, che molti di loro muovano ancora da queste pratiche, ma trattandole con una sensibilità assai più libera e irriverente, infinitamente meno rigorosa.
Parlo al plurale pensando non solo a Bonfiglio, ma anche a un Maurizio Arcangeli, a un Corrado Bonomi, a un Antonio De Pascale e così via.
Forse il loro contributo sta nell'avere spinto il concettuale al limite dello sfaldamento, senza però rinnegarlo del tutto - cosa che avverrà con le generazioni più giovani, il cui istinto sintetico se ne fregherà allegramente di tutte le sottigliezze analitiche.

Cosa ci presenta Bonfiglio, in questa occasione? Una stanza buia, dove si vedono solo, proiettate su di una parete, due scritte identiche: "vedovedovedovedo".
Entriamo in un ambiente che ci offre alla vista solo la prima persona singolare del verbo vedere, ripetuta quattro volte per due.

Cosa vedo? Vedo.
Ecco la tautologia: la mia azione - il vedere - coincide con quello che vedo - la scritta "vedo". Un rigore degno del concettuale più ortodosso, con una differenza rispetto a Kosuth, ossia il rapporto preso in esame non è quello tra il segno e la cosa, ma tra il segno e la mia azione.

Ma la sostanza non cambia. E invece cambia, e cambia eccome, perché il lavoro, ovviamente, non finisce qui. Non ci siamo ancora chiesti perché mai il vedo si ripeta quattro volte e poi, ancora, il tutto si raddoppi.
Che necessità c'è di tanta ridondanza? Il fatto è che la grafica di ogni "vedovedovedovedo" si inarca a formare un cerchio. Anzi, diciamola tutta, a formare l'icona di un occhio, con tanto di iride azzurra e pupilla e con, di fianco, il suo compagno.
È evidente che l'inserimento di questi due occhioni blu, decisamente pop, non era necessario alla tautologia, alla linearità dell'enunciato. Semmai è un disturbo, una distrazione inutile e inopportuna, perché ludica, "pittoresca" ed estetizzante.

Per non dire poi di un elemento ulteriore, che è anche l'invenzione più deliziosa: ogni tanto gli occhi, come nella realtà, si chiudono un attimo, in un battito di ciglia.
Un battito di ciglia sufficiente a spazzare via tutta la coerenza analitica del concettuale. Ecco la sintesi, l'estro, l'intuizione, l'insight.
Ecco il piacere dell'arte, che il concettuale aveva condotto a una tetraggine non più sostenibile. Ecco, infine, ciò che proietta il lavoro di Bonfiglio a essere l'anticamera di quello di molti artisti più giovani, avidi di ogni ben di dio sensoriale. Perché, a pensarci bene, la gioia dei sensi non è solo un accessorio.
È soprattutto il veicolo, l'interfaccia più efficace e comunicativa del pensiero.

Guido Bartorelli

Inaugurazione 14 giugno 20001

Orari
dal lunedì al mercoledì 20.00 - 22.00
venerdì e sabato 21.30 - 24.00

Per informazioni 0516152598

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