Galleria San Salvatore
Modena
via Canalino, 31
059 244943
WEB
Vanni Cuoghi
dal 13/9/2007 al 12/10/2007
mercoledì - venerdì 17-19,30 - sabato 16-19,30

Segnalato da

Galleria San Salvatore



approfondimenti

Vanni Cuoghi
Ivan Quaroni



 
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13/9/2007

Vanni Cuoghi

Galleria San Salvatore, Modena

L'Age d'or. "...una pittura in bilico tra pulsioni pop e attitudine folk. Capace di mescolare molteplici influenze visive in uno stile colto e popolare insieme, l'artista ha adottato un linguaggio semplice e diretto dai toni fabulistici e illustrativi" (Ivan Quaroni)


comunicato stampa

L'Age d'or

Mostra personale a cura di Ivan Quaroni

Là, tout n’est qu’ordre et beauté,Luxe, calme et volupté.
(Charles Baudelaire)1

Age d’Or, per evocare il titolo di uno dei capolavori della cinematografia surrealista di Luis Buñuel e Salvador Dalì, è una locuzione che assume molteplici significati se riferita alla ricerca di Vanni Cuoghi poiché, da una parte essa allude all’età aurea della pittura antica, in particolare quella rinascimentale e barocca, e dall’altra, adottando la terminologia anglosassone dei comics supereroistici americani (Golden Age), accenna all’universo perduto dell’infanzia cui l’artista sembra guardare con un misto di nostalgia e acrimonia.

Il termine “età dell’oro” appare per la prima volta nel poema di Esiodo intitolato Le opere e i giorni, per definire l’originaria età dell’uomo, un tempo mitico in cui “un’aurea stirpe di mortali” creò “gli immortali che hanno la dimora sull'Olimpo”. In questa prima età felice, gli uomini, scrive Esiodo,“come dèi passavan la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro…”2.

Il tema dell'età aurea ebbe molta fortuna nel corso della storia, tanto da essere ripreso prima nella cultura rinascimentale, poi in quella illuministica del Settecento, divenendo in seguito un tema popolare e, infine, un modo di dire comune per indicare una stagione di felicità alla quale non è possibile fare ritorno.

In verità, il concetto di “età dell’oro” introduce anche un sentimento memoriale e nostalgico nella cultura popolare, una sorta di consapevolezza del “paradiso perduto” o dell’originario “eden”, in cui forza e saggezza abitavano il corpo e lo spirito dei mortali. A quest’età idilliaca s’ispirarono pittori come Annibale Carracci e Guido Reni, Nicolas Poussin e Claude Lorrain, Giovan Battista Tiepolo e Salvator Rosa, ciascuno interpretando in maniera originale i temi classici delle Muse e del Parnaso oppure le vedute arcadiche e pastorali di un’ideale paesaggio incontaminato.

Senza dubbio, Vanni Cuoghi ha imparato molto dalla lezione di questi maestri, tanto nella tecnica quanto nella composizione, ma gli elementi di continuità storico-artistica presenti nel suo lavoro sono stemperati da un’impostazione visiva contemporanea. Basti pensare ai suoi tipici fondali bianchi trattati con gesso acrilico, tramite i quali l’artista sospende le sue fulminee narrazioni in uno spazio indefinito e piatto, su cui campeggiano figure curate fin nei minimi dettagli, alla maniera di certe miniature antiche. Certo, l’idea di un’adesione a temi e modi del passato, evidente nella passione per gli sfarzosi abiti settecenteschi o per certi preziosismi da orafo, potrebbe indurre qualcuno a considerare la sua ricerca come una sorta di nuovo anacronismo, tuttavia questo è solo uno degli aspetti dell’indagine di Vanni Cuoghi. Ricerca in cui, piuttosto ha un ruolo rilevante l’approccio palesemente ironico verso il passato, risultato di una commistione di sentimenti affettuosi e di malcelata insofferenza.

Quella di Vanni Cuoghi è piuttosto una pittura capace di mescolare molteplici riferimenti, condensandoli in uno stile colto e popolare insieme. L’impiego di un linguaggio semplice e diretto, caratterizzato da toni fabulistici e illustrativi, contribuisce a creare l’illusione di un’iconografia rassicurante, ispirata tanto ai disegni dei sussidiari scolastici e delle figurine, quanto a quelli dei trasferelli e dei fumetti.

D’altro canto, è pur vero che negli acquerelli e nelle tele di Cuoghi si trovano riferimenti ad un’aristocrazia della pittura che spazia da Beato Angelico ai pittori eclettici del Rinascimento ferrarese, dai paesaggisti arcadici ai campioni della natura morta barocca, il tutto filtrato attraverso una dimensione fantastica e surreale in cui è facile scorgere l’influsso dell’estetica infantile disneyana.

L’infanzia è per l’artista genovese un tempo utopico e distopico insieme, un’età di candido stupore, ma anche un’era di crudeltà e sofferenze quotidiane, sovente legate ai ricordi del periodo scolare che la memoria selettiva dell’età adulta tenta di cancellare. Insieme ai personaggi rubati al mondo bizzarro e un po’ kitsch dei supereroi in calzamaglia o alle damine e ai cavalieri che paiono una versione bidimensionale delle maioliche di Capodimonte, i protagonisti dei dipinti di Cuoghi sono soprattutto gli alunni delle scuole elementari con i loro candidi grembiuli oppure quelle simpatiche canaglie dalle ginocchia perennemente sbucciate. Insomma, la dimensione ambigua dell’infanzia è uno dei leit motiv della produzione pittorica dell’artista, dove lo stadio infantile dell’età dell’uomo viene fatto corrispondere, sul piano estetico, allo stile aureo della pittura classica. Ed è forse per questo motivo che le opere di Vanni Cuoghi riecheggiano, seppur velatamente, l’amore per certi artisti contemporanei che, da Salvo a Jan Knap, fino ad Enzo Forese, hanno saputo recuperare la semplicità e la sintesi formale degli artisti del Rinascimento italiano e fiammingo.

Eppure, più che anacronistica, quella di Cuoghi può essere definita una pittura neofolk, capace di muoversi lungo le stesse direttive estetico-formali che informano il lavoro di artisti come Marcel Dzama, Amy Cutler e perfino Kerstin Kartscher. Direttive che riguardano sia il recupero di elementi popolari e folcloristici, frammisti a una spiccata predilezione per atmosfere oniriche, sia l’inclinazione per pattern e texture ornamentali e il gusto per fondali bianchi e ambientazioni paesaggistiche appena accennate. Come il canadese Marcel Dzama, Cuoghi lascia che i suoi bislacchi e talvolta crudeli personaggi si muovano in uno spazio totalmente bianco, dove prospettiva e rapporti di grandezza sono suggeriti dalla disposizione delle figure sulla superficie. Di più, Cuoghi tratta l’abbigliamento e il vestiario dei protagonisti delle sue tele con la stessa scrupolosa acribia con cui l’americana Amy Cutler decora gli abiti delle sue eroine e con la medesima eleganza con cui la tedesca Kerstin Kartscher evoca le sue algide dame ottocentesche. A differenza di questi artisti, Cuoghi dimostra di avere una pittura più ricca e definita, ma soprattutto una grazia innata, che è il frutto dell’eredità classica e rinascimentale. Quando Vanni Cuoghi evoca il passato, il risultato è sempre ricco e sontuoso: le parrucche, le acconciature, i gioielli, gli abiti, le armature e perfino i riferimenti iconografici sono assolutamente precisi e dettagliati. Nel caso del canadese Marcel Dzama o dell’americana Amy Cutler l’evocazione del passato si arresta, quasi fisiologicamente, alle soglie del folk, cioè ai confini una cultura popolare che, al massimo, arriva a lambire immagini e suggestioni del XIX secolo o del XVIII secolo.

La grazia, invece, è attributo della bellezza classica, in quanto allude a forme armoniche ed equilibrate. Sia formalmente sia iconograficamente, dunque, Cuoghi resta entro i confini di tale equilibrio perché il suo DNA è profondamente classico, laddove quello di Dzama, Cutler e Kartscher, che costruiscono la propria poetica su un senso di eccitante disarmonia, è marcatamente romantico. Anche quando illustra scene raccapriccianti, come quella di un cacciatore che spara inavvertitamente a un bimbo in costume da coniglio, oppure quella in cui un malinconico maiale contempla la propria coscia amputata e trasformata in prosciutto, Cuoghi raffredda la violenza dei contenuti grazie ad una figurazione serafica e apollinea, che trasmette un ingannevole senso di letizia. Il sublime e il gotico sono categorie estetiche lontane dalla sensibilità dell’artista. Ne è la prova il fatto che, mentre Dzama si abbandona volentieri a scene di squartamenti e decapitazioni splatter e Cutler indugia su atmosfere fatate e suggestioni elifiche, Cuoghi riesce a trasformare il più gotico dei supereroi (Batman) in una sorta d’ibrido tra San Sebastiano e il Discobolo, immergendolo, per giunta, in un arcadico boschetto con tanto di rovine. Insomma, l’eredità classica incalza Vanni Cuoghi come una maledizione zingara, ma almeno a giudicare dall’opera “Sognare di cancellare tutto” (2007), il futuro potrebbe riservarci qualche sorpresa. Oppure no?
Ivan Quaroni

1 Charles Baudelaire, L’invitation au voyage, in LES FLEURS DU MAL, Garzanti Editore, 1986, Milano.
2 Esiodo, LE OPERE E I GIORNI, versi 109 e seguenti.

Immagine: san seba(t)stiano, acrilico su tela 100x100, 2007

Inaugurazione venerdi' 14 settembre ore 17

Sabato 14 settembre ADPERSONAM, Vanni Cuoghi dalle 17 all 19 sarà in galleria per personalizzare i cataloghi.

Galleria San Salvatore
via Canalino 31 41100 Modena
orari: mer/ven 17.00/19.30 sab 16.00/19.30
Ingresso libero
La mostra è inserita nel programma del Festival di Filosofia pertanto nei giorni di venerdì 14, sabato 15, domenica 16 settembre la galleria sarà aperta dalle 15.00 alle 23.00

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