Immagini in movimento sul confine fra arte e documento

17/06/2011



No Order

Art in a Post-Fordist Society


Presentazione della rivista d'arte "No Order. Art in a Post-Fordist Society" a cura di Marco Scotini. Intervengono: Marco Scotini, Christian Marazzi, Sylvere Lotringer, Rossella Biscotti, Paolo Caffoni. 7 Giugno 2011, Triennale di Milano.

Che fare?

No Order è un progetto che nasce all'interno del sistema dell'arte per interrogarsi sul sistema di produzione. Che non vuole problematizzare i contenuti ma i produttori e i ricettori della cultura.
In tempi di capitalismo 'biologico', in cui la cultura ha un enorme potere ed è una forma di mercato all'ennesima potenza, No Order afferma la necessità di rivedere i processi di lavoro e produzione.
"Mai come ora il sistema dell'arte è stato così 'ordinato', così costretto dentro confini prestabiliti" si dice, un po' nel video e un po' nel testo che segue, dove si parla anche della Biennale e dove l'unica domanda 'vera' resta "Che fare?"



Domanda: La foto di copertina della rivista è tratta dalla contestazione della XIV Triennale di Milano del '68 da parte di neolaureati, artisti affermati, lavoratori e studenti dell'Accademia e del Politecnico. Partendo da qui, in occasione del lancio del primo numero di No Order, nella stessa Triennale, avete affermato: "Meglio un'esposizione occupata e distrutta che mostre come quelle appena viste in Biennale a Venezia". Il riferimento andava al Padiglione Italia, di cui si è già tanto discusso?

Risposta: Niente affatto. Pur non avendolo visto crediamo che il Padiglione Italia si integrasse perfettamente bene nel progetto ILLUMInazioni.
Purtroppo sembra ormai lontano il tempo in cui Benedict Anderson scriveva Imagined Communities, anche se era solo il 1991. Non è un caso che la Biennale veneziana raggiunga proprio ora il record istituzionale delle partecipazioni nazionali con 90 Paesi circa e, paradossalmente, in tempo di crisi.
Diciamo la verità: se le retoriche delle biennali nel mondo continuano a gettonare temi come il superamento dei confini, l'edificazione di ponti o la migrazione, Venezia da sola basta per smentire tutto ciò. E allora il Padiglione Italia, vista la presenza di tanti artisti e intellettuali, qualcuno dovrà pur rappresentare!
Prima del 2007 questo problema per l'Italia sembrava superato e se, non a caso, sotto l'attuale governo si è sentita la necessità di riaffermare un'identità nazionale non ci possiamo lamentare quando è proprio tale ideologia che il nostro padiglione "ritrovato" rappresenta. Ma per la rivista No Order la mostra italiana non è che la versione nostalgica di un piano ben altrimenti cinico con cui quest'ultima condivide la gestione contemporanea dell'arte e della cultura.

Dunque le mostre a cui alludevamo sono il background comune tanto della Biennale di Venezia, in particolare, quanto della "macchina-biennale" in generale. Questa assenza di un oggetto teorico, l'enfasi sui pubblici e sugli eventi collaterali sono alcune delle modalità tipiche della produzione artistica attuale che trasforma le biennali in "brand", il pubblico in "cliente", il curatore in "manager aziendale" e l'artista in forza-lavoro dell'economia cognitiva.
Come ha detto Sylvere Lotringer, in occasione della presentazione della rivista, oggi non abbiamo più bisogno di avanguardie ma di top ten. Il punto di partenza di No Order è che dobbiamo definitivamente farci carico della trasformazione della produzione artistica in impresa post-fordista.

Domanda: Se questo aspetto è reso esplicito dal sottotitolo, che cosa però intendete con No Order?

Risposta: Sembra incredibile che nel tempo in cui tutti professano la loro identità di creativi nulla cambi e tutto sia sottoposto a regimi di controllo e normalizzazione mai visti precedentemente.
Non facciamo altro che costruire dispositivi e apparati in grado di sottrarre all'arte ciò che essa realmente può. Mai come ora il sistema dell'arte è stato così "ordinato", così costretto dentro confini prestabiliti e così lontano dalla volontà di sperimentare e di aggiungere qualcosa che prima non c'era.
Si continua a ripetere che l'arte ha a che fare con la libertà e con le sue forme, che l'arte è un momento del tempo liberato, mentre serve per mistificare e legittimare forme del lavoro, del mercato e forme di vita. E ciò proprio perchè affermiamo, ideologicamente, che l'arte è libera da questi vincoli.
Al contrario, assumendo l'arte come un momento del lavoro la rivista No Order cerca di indagare i modi della produzione, la nuova divisione del lavoro, la distribuzione di spazi e ruoli, i format di ricezione, le nuove cartografie del sistema, etc. Vuole essere disobbediente in sostanza.
La rivista stessa non è che un sabotaggio della tripartizione canonica con cui si presenta il format di tutti gli art magazine mainstream, da Bidoun a Frieze. La sezione time zone sostituisce le preview, time machine la sezione delle review e al posto dei monografici degli artisti, in play time, si trova una relazione a geometria variabile tra educazione, mercato ed esposizione.
Molti sono i contributi, diverse le proposte (dal progetto grafico, al saggio, al questionario, all'intervista), differenti le date di stesura, molteplici le derivazioni disciplinari. Per cui No Order pur nascendo all'interno di una Accademia come NABA, o meglio nel corso di specializzazione per artisti e curatori, non vuole avere questi ultimi come esclusivi destinatari. L'Editorial Board della rivista - dal sociologo del Medioriente Asef Bayat al teorico del postcolonialismo Achille Mbembe - è già sintomatico di questa ricerca di spostamento.

Domanda: La mole di 400 pagine è abbastanza inedita. Anche in questo No Order vuole essere una rivista di controtendenza?

Risposta: Oggi le riviste a maggiore spessore sono quelle con la più alta percentuale di advertisements all'interno. Purtroppo la nostra non ne ha. Dunque si tratta di tutte pagine assegnate a contributi di artisti, sociologi, critici, storici dell'arte, curatori, economisti, non esperti, etc.
Molte delle riviste d'arte oggi sono dei coffe table book, fatte per essere sfogliate e, tra l'altro, velocemente. Noi abbiamo pensato a qualcosa che può essere usato in differenti modi e tempi differenti: fatto di materie diversamente formate, di date e di velocità molto differenti, come avrebbero detto Deleuze e Guattari. Il saggio che con Nelly Richard abbiamo deciso di ripubblicare è degli anni Novanta anche se non lo riveliamo, altri sono appena scritti, altri ancora...
D'altra parte No Order è una rivista annuale e dunque ciascuno ha molto tempo di fronte in attesa del numero successivo. Non volevamo una rivista che scadesse come scade una confettura o come scade la cronaca. A proposito, stiamo già lavorando al numero 2 ....

Domanda: Potremmo continuare con molte altre osservazioni sulla veste grafica, sui contributi del primo numero, etc ma forse è meglio leggere direttamente i materiali.

Risposta: Come scrivevano anni fa i nostri amici situazionisti: "Nel presente questionario, tutte le domande sono false, e tuttavia le nostre risposte sono vere".

"No Order. Art in a Post-Fordist Society", diretta da Marco Scotini, pubblicata da Archive Books di Berlino, promossa e sostenuta da NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.

L'immagine in homepage di UnDo.Net è un particolare di "Isola Bella" (2007-2008) di Danica Dakic, tratta da questo primo numero di No Order