Museo d'Arte Contemporanea di Lissone MAC
Lissone (MB)
viale Padania, 6
039 2145174 FAX 039 461523
WEB
Quattro mostre
dal 12/12/2014 al 14/2/2014
mar, mer, Ven 15-19, gio 15-23, sab e dom 10-12 e 15-19

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CLP Relazioni Pubbliche




 
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12/12/2014

Quattro mostre

Museo d'Arte Contemporanea di Lissone MAC, Lissone (MB)

Michele Zaza in 'Corpo cosmico' presenta un excursus della sua quarantennale attivita' artistica. 'Sessanta cum laude' e' un omaggio a Carlo Nangeroni. 'Hypnero', correlato da alcune documentazioni delle opere, e' il primo libro di Laura Santamaria. 'Out of frames' presenta il lavoro di artisti come Agostino Bergamaschi, Stefano Spera e Silvia Hell.


comunicato stampa

a cura di Walter Guadagnini

Michele Zaza
Corpo Cosmico

«La fotografia è il tempo di un momento della nostra esistenza. Il mio lavoro possiede una componente metafisica piuttosto rilevante nel senso che stimola il fruitore a leggere una dimensione psichica dello spazio e della pre-senza umana. La rappresentazione non è la mimesi del già visto, ma del pensato. La fo-tografia ha un ruolo strumentale.

Essa è un mezzo efficace e fedele per visualizzare le mie domande sull’esistenza umana». È con queste parole che Michele Zaza [Molfetta, 1948] spiega il suo rapporto con la fotografia, medium privilegiato che consente all’artista di osservare, interrogare, criticare e ri-creare l’esistente.
Tra i più acclamati maestri della fotografia concettuale italiana, Zaza ha sempre scan-dagliato la condizione umana, in particolar modo il corpo e il volto dei suoi protagonisti/ performer. Il volto è inteso sia come spazio, sia come luogo dell’identità: “tratto somatico” della creatività. Si vedano in questo senso i trittici Paesaggio primo del 2000 e Paesaggio segreto del 2005; le sequenze fotografiche scandiscono gesti minimi ma eloquenti, ges-tualità che l’artista associa al colore. Il corpo dipinto evidenzia infatti le funzioni vitali, deli-neando un universo interiore e magico al con-tempo (per Zaza “la magia è una necessità”). Ne nasce un racconto per immagini in cui le figure assumono la valenza di viaggiatori che risalgono alla propria origine per riscoprire se stessi, portando così a compimento una cicli-cità e una circolarità archetipica.

Oltre a creare relazioni interpersonali, le foto-grafie sono “rivelazioni” che convertono il pensiero in immagine. Le idee (vale a dire le “astrazioni”) si contrappongono al reale (ba-nale, standardizzato, effimero), ragion per cui l’artista dissimula il reale in ambienti disadorni e atmosfere rarefatte. Spazi magici-arcaici-spirituali dominati da un blu profondo, cosmi-co, onirico, segreto. È il caso dei polittici Ger-minazione celeste del 1977 e Cielo abitato del 1985, dove il blu evidenzia l’unione tra terra e cielo – quell’ideale superiore che se-condo l’artista è in grado di raggiungere la ve-rità. Quell’intima Verità che è pura Bellezza.

La ricerca di Zaza si snoda su doppi cardini: nascita/morte, istante/eternità, finito/infinito, psichico/fisico, divino/umano, luce/ombra, razionale/trascendentale. A interessarlo è il concetto di un’esistenza manichea, fondata sugli opposti, estremi che diventano para-dossi. Non per nulla l’artista dichiara che «il linguaggio dell’arte possiede la qualità di tra-scendere il reale fino a sostituirlo con un’ulte-riore apparenza, più conforme alla verità sog-gettiva; fino a poter asserire che se l’itera-zione del quotidiano uccide l’arte, questa – a sua volta – risorge per uccidere la quotidia-nità».

La mostra al MAC di Lissone presenta un excursus della quarantennale attività di Zaza, dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, una piccola antologia che è anche un compendio della propria poetica. A latere dell’esposizio-ne, allestita al secondo piano del museo, l’artista ha inoltre realizzato un progetto spe-ciale appositamente per la cittadina briantea. Fulgido esempio di quel mondo onirico ed estraneo alla dinamica convenzionale del quotidiano, il progetto dal titolo Corpo cosmi-co occuperà le cinque grandi vetrate al pian-terreno che si affacciano sul viale della sta-zione ferroviaria. Le immagini, che saranno visibili di giorno e di notte per i successivi cinque mesi, “dialogheranno” con i passanti, rivelando loro quell’ineffabile che da sempre caratterizza l’arte di Michele Zaza.

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CARLO NANGERONI
Sessanta cum laude

«Parto sempre dal cerchio, e dagli avveni-menti che si producono al suo interno, per poi assumerlo come elemento cellulare, in molti-plicazione, sempre con eventi plastici». Con queste parole Carlo Nangeroni ha inteso defi-nire la sua pittura, che dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni si è enucleata in cerchi-cellule che racchiudono il DNA della pittura.
L’approdo non è stato immediato né scontato, in quanto l’artista ha attraversato le istanze dell’arte del secondo dopoguerra. Dopo esse-re transitato attraverso un periodo di “divisio-nismo geometrico”, Nangeroni ha individuato l’ubi consistam della propria pittura in una topografia puntiforme che gli ha permesso di sviluppare cromostrutture dall’inconfondibile cifra stilistica. Assumendo la forma primaria del cerchio a sistema cartesiano (retaggio della geometria euclidea, allora applicata alla pittura astratto concreta), Nangeroni ha inizia-to a scandire le superfici dei suoi quadri con punti-luce che ricorrono a una fredda gamma cromatica. Il risultato finale è quello di uno spazio luminoso che sembra riprodursi e pro-liferare di quadro in quadro, assicurando così una continuità – finanche un’eternità, anziché una mera sopravvivenza – alla prassi pitto-rica.
Malgrado Nangeroni abbia paragonato i suoi cerchi a «elementi cellulari», e nonostante Giovanni Maria Accame avesse fatto ricorso alla terminologia del «patrimonio genetico» per definire le opere dell’artista, il concetto dell’informazione genetica non è mai stato approfondito né tenuto in debita considera-zione. Ammesso e concesso che ogni quadro contenga in ognuna delle sue particelle un “codice genetico”, la mostra antologia orga-nizzata dal MAC di Lissone è incentrata sulle opere degli anni Sessanta, che potremmo considerare come pitture molecolari.

Nell’arco di mezzo secolo, Carlo Nangeroni non ha mai smentito la sua «intelligenza pitto-rica dotata di particolare finezza» di cui parla-va Marco Valsecchi nel lontano 1963. Anno dopo anno l’artista ha continuamente appro-fondito i valori della pittura, creando interfe-renze, variazioni, permutazioni, elementi di-namici e scorrevoli.
Consapevole del fatto che dipingere «è trova-re delle possibilità, non degli enunciati», l’ar-tista ha tenuto viva e attuale la propria ricer-ca, che ancor oggi ci appare eterna nella sua continuità e infinita nella sua varietà. L’espo-sizione lissonese è quindi un omaggio a uno dei maestri della pittura astratta italiana, ma è anche un tributo cum laude al decennio degli anni Sessanta, periodo cui risale la “pittoge-nesi” di Nangeroni.

Carlo Nangeroni nasce a New York il 24 giugno 1922. Dal 1954 al 1957 lavora a una serie di opere quasi monocrome dove ricordi figurali si mescolano a partiture inoggettive. Nel 1958 si stabilisce a Milano per potersi de-dicare esclusivamente alla pittura. Negli anni Sessanta ritiene concluso il suo periodo infor-male e volge la sua pittura verso elementi cir-colari che diventano una costante di base del suo modus pingendi. Nella decade dei Set-tanta individua una "grammatica" che utilizza gamme di grigi su fondi bianchi. Dal 1981, affascinato dalle combinazioni e dalle ambi-guità del colore, sviluppa un cromatismo iri-descente per mezzo di accostamenti di rette verticali e diagonali. Continua poi, negli anni Novanta, questa sua ricerca frammentando le campiture in particelle di colore, ottenendo così una maggiore vibrazione luminosa. Da allora la luce è una preoccupazione costante della sua pittura.

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LAURA SANTAMARIA
Hypnero

«Quello che più considero prezioso: il riflesso che la materia ha del cosmo in se stessa. Così guardo questo suolo e vedo lo spazio». Questa frase è contenuta nel libro d’artista di Laura Santamaria (Monza, 1976), una chiave di lettura di ciò che il libro stesso è e contie-ne; esso rappresenta una nuova espressione della ricerca dell’artista che interpreta lo spa-zio attraverso il linguaggio delle installazioni e dei progetti site specific. Le immagini fotogra-fiche che compongono la copertina e il suo interno sono tratte dall’opera Cosmic joy swept over, realizzata nel 2012 al Gehacht Kunstraum di Dresda, e Hypnero dello stesso anno, concepita per gli spazi del Kunstraum t27 / Kunstverein Neukölln di Berlino. I pig-menti al centro del libro sono frammenti di questi lavori, i quali danno l’idea del materiale e della lievità con cui sono realizzate le opere dell’artista.
«Di fatto il libro d'artista è un'opera destinata a durare nel tempo, un oggetto che avrà vita propria nelle mani del suo possessore», tiene a specificare l’artista. «La longevità e la sen-sualità sono stati per me aspetti insoliti rispet-to alla ricerca con i pigmenti – iniziata nel 2004 con il primo progetto M.1, di cui le successive fasi sono una serie di site specific Hypnero, da cui il libro prende il titolo – che per loro stessa natura sono volatili e imper-manenti. Da questa esperienza ho maturato l’idea e la possibilità di rendere questo libro qualcosa di unico, con un sé proprio, com-piendo un'iperbole concettuale che permet-tesse alla mia ricerca di essere condivisa con molte più persone, ed avere così una durata fisica nel tempo. In questo modo mi sono spinta oltre, dando una visione nuova al lavo-ro installativo, in una veste prettamente edito-riale che svela i nomi dei pigmenti e li indica come fossero parti di una mappa astrono-mica».

La produzione e il carattere editoriale dell’edi-zione sono legati alla fotografia ma allo stes-so tempo traggono origine dal format del “le-porello”, un libro caratterizzato da piegature che trae ispirazione dall’esperienza del viag-gio e dalle diverse vedute che si possono avere di un luogo. Nei meandri del leporello s’innesta quindi una visione delle opere d’arte, di cui diventa un prodotto autonomo, squi-sitamente editoriale.
Correlato da alcune documentazioni delle opere, studi e nuove produzioni dell’artista, Hypnero è il primo libro d'artista di Laura Santamaria e dell’editore svizzero Artphilein Editions (Lugano). Il libro ha richiesto una progettazione di circa nove mesi, ed è stato stampato nel Dicembre del 2013. Compie ora un anno con la presentazione al Museo d’Ar-te Contemporanea di Lissone, città d’origine dell’artista, a suggellare una serie di parteci-pazioni in spazi espositivi e manifestazioni a Lugano, Milano, Ravenna, Ascona, Basilea, Londra, mentre il prossimo anno sarà in mo-stra presso il Salon für Kunstbuch di Vienna.

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OUT OF FRAMES
BERGAMASCHI, CALORI&MAILLARD, CUMIA, HELL, SPERA

Dopo la “pittura espansa”, tema che ha rin-novato la formula del Premio Lissone 2014, è ora la volta delle opere “fuori cornice” di Agostino Bergamaschi (Milano, 1990), Calori&Maillard (Bologna, 1986 - Bourg La Reine, 1984), Stefano Cumia (Palermo, 1980), Silvia Hell (Bolzano, 1983), Stefano Spera (Monza, 1983). Apprezzati dalla giuria del premio appena concluso, i cinque finalisti sono stati invitati a esporre nuovamente al museo di Lissone, dando così seguito alle loro ricerche individuali.
Come recita il titolo dell’installazione di Agostino Bergamaschi, Un gesto originario è «un'azione infinitamente originata, un fascio di luce che diviene forma nello spazio e che vuole essere percepito sensibilmente in una nuova materia, in una superficie mutevole, leggera e visibile, ma allo stesso tempo pesante e percepibile». Una fotografia, che da terra viene spinta verso l'alto, ritrae il momento in cui dei pulviscoli di polvere attraversano un fascio luminoso; la luce si rifrange su di essi e illuminandoli dà vita a un vortice che sembra concentrarsi in un punto, come se ad attirarli fosse un'energia che li trasforma in materia. Viceversa, un elemento in marmo raccoglie questa energia e la attrae a sé per allungarsi nello spazio, fino a diventare leggero, quasi impercettibile.

LAMPS #2 (SCP-trittico GBR) di Stefano Cumia è il risultato di una serie di azioni rituali che ribaltano e mettono in discussione l'ordine interno del “discorso sulla pittura”, riorganizzandone la sintassi. Il disegno si definisce a partire dalla traccia della struttura del telaio che affiora sulla tela ribaltata, diventando elemento portante che viene rei-terato con minime variazioni. La gamma cro-matica è limitata ai tre colori primari che si alternano in altrettante combinazioni, sia per quanto riguarda la posizione che occupano sulla superficie, sia per la scelta dei materiali connessi alle diverse fasi del lavoro.
Le sculture di Silvia Hell sono parte di due progetti basati su un processo di codifica che intende far confluire in una forma estetica una gamma di valori multidimensionali.

In A Form of History il focus è posto sulle complesse riconfigurazioni della fisionomia dell’Europa; i diversi diametri di ogni scultura corrispondono agli anni, dal 1861 al 2011, in cui il confine di uno stato è cambiato. In Cosa accade quando si dice: ‘ecco, ho un’idea’?, citazione di Deleuze tratta da Cos'è l'atto di creazione, vi è una corrispondenza tra titolo e forma. Il processo di sostituzione dal testo al volume si attua in due fasi, la prima è l’abc, cioè la traduzione delle lettere, per altezza e larghezza, in solidi; la seconda riguarda il si-gnificato dell’enunciato, rispetto al quale si delinea la scultura.

Calori & Maillard, che al Premio Lissone avevano partecipato con una Chaise lounge costruita con semplici telai da pittura e tela dipinta, presentano ora una variante dello stesso ciclo: Study on painting n9 (Henri). «Henri», spiegano le artiste, «era un amico caro che ogni giorno guardava le montagne per riprodurle. Henri era un amico caro che ogni giorno seguiva l'andamento in borsa. Henri era un amico caro che stringeva sem-pre gli occhi per vedere il doppio delle cose. Henri si perdeva nel disegno del tappeto che diventava un mondo».

Il tema indagato da Stefano Spera è il rapporto tra uomo-spazio-opera rispetto al concetto di reale/virtuale. Il vero protagonista di questi dipinti è lo spazio, che il world wide web distorce e altera; la pittura diventa quindi rideterminazione e appropriazione di immagini legate agli spazi museali. L’opera rappresenta una raccolta di esperienze frammentarie (con annesse distorsioni) attinte dalla rete che, come dice Jean Baudrillard, diventa il nostro terzo occhio, o forse un’altra dimensione tra il reale, il virtuale e l’immaginazione.

Immagine: Michele Zaza, Universo segreto, 2003 (particolare)

Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Anna Defrancesco
Tel. +39 02 36755700, anna.defrancesco@clponline.it

Inaugurazione 13 dicembre alle 18

Museo d'Arte Contemporanea di Lissone MAC
viale Padania, Lissone (MB) Lombardia Italia
Orario: Martedì, Mercoledì, Venerdì h 15-19
Giovedì h 15-23
Sabato e Domenica h 10-12 / 15-19

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