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Sister Morphine
dal 9/7/2006 al 4/8/2006

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9/7/2006

Sister Morphine

neon>fdv, Milano

Una mostra sui Rolling Stones, la loro musica, il loro mondo. Un modo di indagare, attraverso la relazione tra le opere degli artisti invitati e le canzoni che le hanno ispirate, i sixties al negativo. Opere di: Karin Andersen, Bruno Benuzzi, Gaetano Buttaro, Cuoghi Corsello, Sergio Dagradi, Roberta Fanti, Asdis Sif Gunnarsdottir, Marco Lodola, Christian Rainer, Stefania Ricci, Veronica Romitelli e Milena Sergi.


comunicato stampa

Una mostra sui Rolling Stones, la loro musica, il loro mondo

a cura di Sergio Dagradi

Artisti: Karin Andersen, Bruno Benuzzi, Gaetano Bu'ttaro, Cuoghi Corsello, Sergio Dagradi, Roberta Fanti, A'sdis Sif Gunnarsdottir, Marco Lodola, Christian Rainer, Stefania Ricci, Veronica Romitelli, Milena Sergi.

Non un evento for fans only, ma un modo per interpretare l'idea di ribellione, i sixties al negativo, la marginalita' che si fa protagonista. Punto di partenza Sister Morphine (scritta nel 1969), la piu' "maledetta" delle loro ballate: - Perche' il dottore non ha volto? Non vedi, Sorella Morfina, che sto solo cercando di risalire?

R'n'r infetto, chimica fine, personal trainer: e' questo un percorso da rockstar consapevole, ma non si puo' continuare a cantare - e ascoltare - certe canzoni senza crederci... Uno spleen pietroso ti assale e ti dondola, come un piercing nell'anima che ti lascia galleggiare in un passato/presente continuativo e costante.

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Testo critico: Isabella Falbo

Sister Morphine

Art between the lyrics

Sister morphine nasce dall’idea del curatore Sergio Dagradi come tributo ai Rolling Stones e come modo di indagare, attraverso la relazione tra le opere degli artisti invitati e le canzoni che le hanno ispirate, i sixties al negativo.

Dall’approccio antitetico rispetto la consolidata visione ottimistica dei “favolosi anni sessanta", Sister morphine vuole sottolineare il lato solitamente omesso dell’ “epoca dell’ottimismo": l’idea di ribellione nichilista, la disillusione, l’assenza di aspettative, la marginalita' e la malinconia, che i Rolling Stones hanno saputo dipingere e trasmettere attraverso la loro musica.

La societa' cantata dai Rolling Stones non e' il mondo psichedelico dai colori luminosi, fatto di fiori e intriso di utopia pacifista e comunitaria, solo per un breve periodo, dalla meta' del 1966 alla meta' del 1968, come in una sorta di “deriva psichedelica" coltivata come fatto di moda e diversivo, possiamo trovare una produzione di brani sperimentali ma tuttavia composti di toni oscuri.

Canzoni scandite come slogan dell’altro volto di un'epoca, blues dalle venature acide e country, la musica dei Rolling Stones non ha nulla di consolatorio e non e' neppure un manifesto politicizzato, come la musica di Bob Dylan che proprio in quegli anni mostrava di credere di cambiare il mondo con una canzone, ma e' composta da brani di disillusione dai quale emerge una trasgressione ironica raccontata con toni di sberleffo.
Attraverso i lavori dei tredici artisti invitati, analizzati in relazione al messaggio della canzone di riferimento, compiremo un viaggio attraverso un’epoca osservata da una prospettiva alternativa, inoltre, ci potremo rendere conto di quanto i “sixties al negativo" presentino assonanze con l’epoca attuale, con elementi e problematiche in comune che ci fanno sospettare l’avvento di una nuova rivoluzione “hippie" all’interno di una “contemporaneita' al negativo".

“(I can get not) Satisfaction" / Veronica Romitelli, “I am a Rolling Stone"

..Non riesco ad avere nessuna soddisfazione, e ci provo e ci provo, ma non riesco. Quando guido la macchina,(...) quando guardo la televisione, (...)quando giro intorno al mondo (...).
“(I can get not) Satisfaction", 1965.

Canzone-manifesto del gruppo, e in breve diventata l'inno della gioventu' frustrata, “(I can't get no) Satisfaction" viene reinterpretata da Veronica Romitelli attraverso il doppio video “I am a Rolling Stone", giocando con gli stessi toni di ironia e sberleffo che caratterizzarono l’interpretazione di Mick Jagger. Nei panni di una ragazzina dalle ambizioni di groopie, Veronica Romitelli consolida la sua vocazione di camaleontica performer cantando “Satisfaction", in un modo che dovrebbe apparire seducente, incarnando perfettamente quel personaggio “basso", quello “strano gatto randagio" di Stray cat blues: la ragazzina di quindici anni, l’amore dagli occhi spaventati, inquieta e lontana da casa per la quale ci sara' una “festa" se lei lo vorra'. Nel secondo filmato (in bianco e nero e affiancato all'altro nel video), la protagonista e' ripresa mentre e' intenta a cucirsi sul palmo della mano “I am a Rolling Stone", utilizzando la propria pelle come tessuto.

“Honky Tonk Women" / Milena Sergi , “Honky Tonk Women"

...Ho incontrato a Memphis una di quelle “reginette da bordello"fradicia di gin. Ha cercato di rimorchiarmi si sopra per una scopata, ha dovuto portarmi sulle spalle visto che neppure bere mi fa dimenticare di te (..)
“Honky Tonk Women", 1969

Milena Sergi proseguendo la sua indagine sul corpo femminile attraverso una pratica artistica caratterizzata da un’eccezionale manualita' e un’innovativa tecnica pittorica, con l’opera omonima “Honky Tonk Women" reinterpreta il soggetto di questa canzone, la malinconia, che porta al disfacimento morale prima, fisico poi. Seguendo la scia di maestri come Lucien Freud e Bacon e dimostrando una vicinanza tanto intensa quanto casuale con Jenny Seville, l’artista attraverso una realta' velata di astrazione e una narrativita' composta da primissimi piani, rappresenta una sorta di intreccio erotico di corpi femminili, nudi, in tutta la loro debordante plasticita'.

“Monkey man" / Karin Andersen, “Monkey woman"

Sono uno sputo di nocciolina americana e tutti i miei amici sono drogati (...)
sono stato morsicato, sono stato sbattuto qua e la' da ogni topo femmina di questa citta' (...)
be’ sono proprio un uomo scimmia, sono felice che tu sia una donna scimmia (...)
“Monkey man", 1969

Osservando l’atmosfera rossa e ovattata dell’elaborazione digitale “Monkey woman" di Karin Andersen ci sembra di sentire l’intro simil-psichedelico di “Monkey man" dall’album “Let it bleed", una “luminosita' oscura" sembra associare le due visioni visive e sonore. Karin Andersen, giocando referenzialmente con il testo di questa canzone, prosegue la sua tradizione di trasformazioni teriomorfiche: una donna scimmia sta aspettando tranquillamente qualcuno, presumibilmente il suo uomo scimmia.

“Angie"/ Stefania Ricci, “Angie"

Oh Angie, Angie (...) senza amore nell’anima e senza soldi in tasca non puoi dire che siamo doddisfatti, ma Angie, non puoi nemmeno dire che non abbiamo provato (...). Ma Angie, io ancora ti amo, bambina, dovunque guardo vedo i tuoi occhi (...)
“Angie", 1973

Tutta la delicatezza e dolcezza dei tocchi di pianoforte e delle parole di “Angie", li ritroviamo nell’opera omonima di Stefania Ricci, nella delicatezza dei tocchi di turchese e nel profilo candidamente imperscrutabile. Con “Angie", Stefania Ricci va oltre i parallelismi visivo/sonori tra musica e immagine per spingersi in un gioco ludico di rimandi, come la fasciatura dei visi dei cinque Rolling Stones nella copertina di “Goat’s head soup", album che conteneva “Angie", e, a sua volta, probabile esplicito rimando alla pratica artistica di Christo che aveva appena realizzato “Valley Curtain", 1972, “fasciando" il Grand Hogback Rifle nel Colorado.

“Saint of me"/ Roberta Fanti, “Saint of me"

San Paolo il persecutore era un peccatore, Gesu' lo colpi' con una luce accecante e la sua vita inizio' (...)
(...) Credo nei miracoli e voglio salvare la mia anima, so che sono un peccatore e che moriro' qui al freddo,
ma ho detto si', ho detto si', ho detto si', tu non farai mai di me un santo (...)
“Saint of me", 1997

Lo stile asciutto, lineare e nitido di “Saint of me" si confa' particolarmente bene alla reinterpretazione visiva che ne da' Roberta Fanti. In linea con la sua ricerca piu' attuale della serie “Les pecheurs", “Saint of me", elaborazione digitale su plexiglass, rappresenta una triplice visione, estetica e patinata di quello che potrebbe essere definito un “dolore edonistico", lo stesso che redime e che puo' portare sulla via della santita'. Di grande impatto visivo e percorsa dal sottilissimo confine tra spiritualita' e piacere, Roberta Fanti lavora su coppie antitetiche di significante - passione/piacere, spiritualita'/carnalita', sacro/profano, antico/moderno - le stesse su cui gioca il testo della canzone.

“No expectations", “Love in vain"/ A'sdis Sif Gunnarsdo'ttir, “Untitled", “Fear of love"

Portami alla stazione e mettimi sul treno, non h oalcuna aspettativa di passare di qui ancora (...)
Una volta ero un uomo ricco ed ora sono povero,
ma mai durante questa mia dolce e breve vita mi ero sentito come adesso (...)
“No expectations", 1968

L’ho seguita alla stazione con una valigia in mano (...)Bene, e’ dura ammetterlo, e’ dura ammetterlo, tutto il mio vero amore invano (...)
(...) quando il treno ha lasciato la stazione avevo due luci dietro di me, quella blu era il mio bambino, quella rossa era la mia mente
“Love in vain", 1969

Nelle proposte di A'sdis Sif Gunnarsdo'ttir, “Untitled", stampa fotografica e “Fear of love", still da video, i riferirementi a “No expectations" e “Love in vain" non sono esplicitamente voluti dall’artista ma direttamente evocati dalle sue opere. In “Untitled", la diafanita' dell’immagine ed il soggetto appaiono come una reinterpretazione ancora piu' intimistica di “No expectations", quasi la sua continuazione narrativa. “Fear of love" nasce come video del quale viene qui proposto uno still rappresentante una ragazza con una corona di candele. L’immagine nasce dalla tradizione nordica, in occasione dei tradizionali festeggiamenti di Santa Lucia, il 13 dicembre. A'sdis rielaborando questo evento religioso gioca con l’elemento della luce per parlarci d’amore, un amore che fa paura come la sofferenza di rendersi conto di averlo sprecato con la persona sbagliata. L’immagine appare carica di significati e rimandi simbolici ma sembra fluttuare come una litania dagli stessi toni di “Love in vain".

“Child of the moon"/ Gaetano Bu'ttaro, “Child of the moon"

Il vento soffia pioggia sul mio viso, il sole fiammeggia alla fine dell’autostrada,
figlio della luna strofina i tuoi occhi di pioggia,
figlio della luna donami un sorriso a occhi bene aperti (...)
“Child of the moon", 1968

Con “Child of the moon", elaborazione digitale su forex, Gaetano Bu'ttaro si ispira liberamente al titolo dell’omonima canzone, proseguendo la sua attuale ricerca artistica sviluppata attraverso il gioco di mimesi tra il suo corpo e gli elementi della natura. La “dualita'" distintiva e caratterizzante la sua arte appare in quest’opera nella coppia binaria umano/animale (uomo lupo). Il “figlio della luna" si muove all’interno di “una luminosita' oscura", toni cupi che distolgono la mente dello spettatore dalla linearita', semplice ed elementare del registro di “Child of the moon", evocando piuttosto la stessa binarieta' del registro di “2000 light years from home".

“Sympathy for the Devil" / Bruno Benuzzi, “Pandemonium"

Per favore permettete che mi presenti, sono un uomo ricco e raffinato,
Sono stato in giro per tanti lunghi anni (...)
Piacere di conoscervi, spero che abbiate indovinato il mio nome, ma quello che non riuscite a indovinare e' la natura del mio gioco (...)
“Sympathy for the Devil", 1968

“Sympathy for the Devil", pietra miliare, uno dei brani fondamentali riproposti sempre, durante ogni concerto, e' la canzone che apriva l’album “Beggar’s banquet", l'album politicamente e socialmente piu' esplicito. Bruno Benuzzi con “Pandemonium", tecnica mista su chibacrome, ci presenta in chiave estremamente raffinata, caratteristica della sua pratica artistica, una riunione di spiriti malvagi ricollegabili piu' ai soggetti ed ai colori di un viaggio nella psichedelia acida, piuttosto che ai toni marcatamente riflessivi di “Sympathy for the devil", trovando comunque un comune denominatore nell’ironia con cui il soggetto e' presentato.

“Brown Sugar" / Sergio Dagradi, “Brown Sugar", “Sister Morphine", “Stony tongue stony lip"

La nave di schiavi dalla Costa d’Oro e' diretta ai campi di cotone (...)
Il vecchio negriero sfregiato e' in gamba, sapete ?Sentite come frusta le donne verso mezzanotte
Zucchero di canna, com’e' che sei cosi'buono? Zucchero di canna, proprio cosi' dovrebbe essere una ragazzina (...)
“Brown sugar", 1969

(...) E proprio questo dimostra che le cose non sono quel che sembrano, ti prego Sorella Morfina, trasforma il mio incubo in un sogno.
(...) tu conosci il momento fra la notte e l’inizio del giorno, quando ti siedi li' intorno e guardi e intanto le lenzuola si tingono di rosso.
“Sister Morphine", 1969

“Brown sugar", come sostiene l’artista, e' la “canzone dal riff iniziale inimitabile ed assoluto". Brano d’apertura dell’album “Sticky Fingers", irrinunciabile in ogni live, “Zucchero di canna" viene usato come vezzeggativo per le ragazze di colore e appellativo per una qualita' di eroina.

L’installazione di Sergio Dagradi si presenta come una triplice interpretazione del logo dei Rolling Stones “Lip and Tongue", giocando col minimalismo della forma e la concettualizzazione dei significati, tra malinconia e sberleffo.

L’opera “Brown Sugar", dispiegandosi sul picture disk “Sticky Fingers" come supporto, presenta un rielaborato logo dalla texture marrone, posto fra zollette di zucchero di canna, brown sugar/qualita' di eroina/ragazza nera. In “Sister Morphine", il logo viene manipolato rendendone la superficie liquida, rossa e sierosa, sovrastato da una siringa, in una sorta di natura morta dalla cui analisi strutturale emerge la simbolizzazione di una trasgressione perversa e perdente. “Stony tongue stony lip", e' la messa in posa del logo, dopo che l’artista, come alchimista contemporaneo si e' divertito a trasformarlo in pietra, attraverso piccoli tocchi di spatola.

“It only rock’n’roll (but I like it)" / Marco Lodola, “Mick Jagger ringrazia"

(...)ho detto che so che e' solo rock’n’roll ma mi piace,
So che e' solo rock’n’roll ma mi piace, mi piace, si' mi piace (...)
“It’s only rock’n’roll", 1974

Di grande impatto la “plastica" di Marco Lodola, struttura bidimensionale raffigurante Mick Jagger nell’atto di inchinarsi verso il suo pubblico.

In linea con una produzione artistica fatta di “sagome" di plexiglass, icone e stereotipi degli anni ‘30/’40/’50’/60 intrise di una rielaborata storia dell’arte - la dinamicita' ritmica futurista, la formalita' pop, il minimalismo alla Dan Flavin e il concettualismo di Mario Mertz - in “Mick Jagger ringrazia", Marco Lodola, attuando una sorta di citazionismo illustrativo, sceglie come climax rappresentativo il momento in cui l’esasperazione del gesto si fa prostrazione, connaturandosi con il brano “It’s only rock ‘n’roll (but I like it)", canzone della presa di coscienza da parte dei Rolling Stones di non poter cambiare il mondo con una canzone. Con la caduta di tutte le utopie Sixtie, passati il ’68, Wootstock, gli anni delle grandi illusioni, si fa spazio l’accettazione del ridimensionamento del ruolo dell’icona/rock star: “Io sono qui per intrattenervi, non per trasmettervi dei messaggi", perche' l’arte migliora la qualita' della vita, e' conoscenza, divertimento, ma non puo' cambiare lo stato delle cose.

“Beggars banquet" / Cuoghi Corsello, “Schifio"

Beggars banquet, 1968

Ironici e divertenti come sempre, Cuoghi e Corsello ci ripresentano in questa occasione il diavoletto “Schifio", l’ultimo nato dalla loro ecclettica produzione di personaggi, esserini “onirici" intrisi di importanti rimandi, intimistici e privati, in un connubio indissolubile tra regressione infantile e progressione artistica. Nel paradosso tra l’input iniziale - ispirazione alla copertina dell'album “Beggars banquet" riproducente l’interno di un fatiscente gabinetto, con tutti gli scarabocchi degni del luogo - e il gioco di rimandi concettuali, Cuoghi e Corsello propongono un poster dove il curatore Sergio Dagradi indossa una T-shirt nera raffigurante il volto di uno Schifio argentato, dalle corna preziosamente sfumate verso l'oro alla ricerca di un'ironica santita'.

“Casino Boogie" / Christian Rainer “Google prova a tradurre le canzoni dei Rolling Stones"

Non va bene non riesco a parlare, agitato senza sonno, paracadutista dentro di lei, Salta la corda acrobata volante, amante ferito, non c'e' tempo a disposizione (..) Casino Boogie, 1972

Improntato sull’ironia della distorsione con probabili rimandi, non casuali, alla comunicazione globale contemporanea, Christian Rainer nascosto sotto lo pseudonimo di “Madame Becassine", ci presenta una sorta di installazione composta dalle traduzioni automatiche di alcuni fra i testi piu' famosi dei Rolling Stones. La Costa d'Oro diviene “il litorale dell'oro", e del resto “Il ragazzo della Camera sa che doin dei hes alright", e, con un ulteriore gioco di parole pseudo-dadaista, “smussano l'opinione che non abbiamo provato mai".

Opening: lunedi' 10 luglio 2006 ore 19.00

Durante la serata inaugurale:
Sergio Dagradi in "Pietre Sospese" (reading recitativo)

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Elisabetta Alazraki
dal 24/5/2009 al 1/6/2009

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