Rocca di Cento
Ferrara
piazzale della Rocca, 1
051 6843390 FAX 051 904531
WEB
Tre mostre
dal 22/12/2009 al 27/2/2010
sabato, domenica e festivi 10-13 e 15-18.30

Segnalato da

Cultura Comune di Cento




 
calendario eventi  :: 




22/12/2009

Tre mostre

Rocca di Cento, Ferrara

Daniele Cestari: A town experience. E' il vero carattere della citta' che l'artista cerca di esprimere attraverso i suoi dipinti. Monica Fabbri: Architetture d'animo, quadri su vari supporti, scenografie e sculture frutto del percorso artistico degli ultimi anni, ispirate alle neoavanguardie. Maurizio Bonora propone Epifanie; sculture e disegni.


comunicato stampa

Daniele Cestari
a town experience

Si inaugura il 23 dicembre 2009, alle ore 18:00, presso la Rocca di Cento, la personale di pittura dell'artista ferrarese Daniele Cestari dal titolo "a town experience".

Dopo una collettiva a Londra sempre nel mese di dicembre, l'artista propone una trentina di opere sul tema della città, che variano da olii di grandi dimensioni a opere su carta.

Daniele Cestari è consapevole che la sua carriera di artista è strettamente legata ai suoi studi universitari di architettura, che ha portato a compimento con una tesi di laurea in progettazione urbanistica. In questo contesto egli ha sviluppato la predilezione per l'aspetto fisico della città e per il paesaggio urbano. Cestari vede la città come la macchina più complessa che l'uomo abbia mai costruito: l'identità di questo singolare congegno consiste nella manifestazione, apparentemente inconoscibile, delle creazioni architettoniche. Ed è il vero carattere della città che egli cerca di esprimere attraverso i suoi dipinti.

La chiave per una loro possibile lettura sta nella predilezione per i luoghi più anonimi e remoti, nei quali l'unico aspetto dinamico è dato dalle automobili di passaggio e dagli effetti di luce e ombra. Un metodo di lavoro che consiste nell'amplificazione di questo potere urbano al suo stato primordiale, e che è evidente nel tratto dominante, con le pennellate rapide e le sagome appena definite degli edifici. Con l'impressione che, a vedere tutto ciò, sia un passante che osserva la città da un taxi.

Giorgio Palmieri di lui scrive: " ...Le strade dei suoi dipinti si aprono davanti a lui come promesse, i viali urbani si allontanano in prospettive diluite e precise, poche automobili attendono invisibili passeggeri. In quei palazzi, dietro quelle architetture, spesso di una precisione fotografica, si dipanano vite allucinate, esistenze che si chiudono in universi privati e illusori..."

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Monica Fabbri
Architetture d'animo

Mercoledì 23 dicembre 2009, alle ore 17.00, presso la Rocca di Cento, si terrà l'inaugurazione di "Architetture d'animo", mostra personale dell'artista centese Monica Fabbri.

Si tratta di un'esposizione di quadri su vari supporti, scenografie e sculture frutto del percorso artistico degli ultimi anni, ispirate alle neoavanguardie. I materiali utilizzati sono quelle delle scenografie. Percorrendo gli spazi espositivi ci si trova di fronti a spazi pittorici metafore di vari stati d’animo, con una corrispondenza di architettura e mondo interiore a metà tra realtà e fantasia, tra il figurativo e l’astratto.

Monica Fabbri è protesa in una ricerca continua di spazi fantasiosi ricreati attraverso l'utilizzo di materiali diversi, prospettive distorte, luci reali e fantastiche, supporti dalle diverse forme e spessori, materie pittoriche plurime e animazioni virtuali fotografiche; è come se ognuna di queste realtà immaginarie catapultassero lo spettatore all'interno di stati d'animo diversi, ricordi ed emozioni parallelamente alle esperienze vissute e reinventate contemporaneamente.

Monica Fabbri nella sua ricerca pittorica e costruttiva che va avanti già da qualche anno, costruisce e de-costruisce città virtuali incasellando pezzi di vita vissuta a pezzi geometrici e cubici di fabbriche in disuso, visioni costruttiviste e geometriche miste ad uno studio attento sulla modalità architettonica e la strutturazione spaziale. I luoghi fantastici creati dal pennello, case e palazzi che si alleggeriscono in una materia che prende inizio da una valenza informale, spazi in mutamento costruiti su sfasamenti ottici a metà tra il sogno e la realtà - sia che siano fantomatiche città in movimento o brani di natura - si affastellano su prospettive volutamente sbilanciate, si rincorrono in velocità verso punti di fuga esterni al quadro, si trasformano in vedute sfuocate che suggeriscono volutamente un accurato e studiato disorientamento, mentre la materia pittorica si fonde con la lastra di metallo, leggera e sottile, quasi da sfogliare, come le pagine di un libro immaginario, come pagine impresse e ancora vive nella memoria. Monica Fabbri ci porta a viaggiare lungo i territori dell’immaginario, passando tra memorie ataviche delineate da cimeli antichi e statue unite alle suggestioni di un presente industriale e fiabesco al tempo stesso, il tutto modulato da un colore acceso che crea quel dinamismo e quello spaesamento e sfasamento percettivo tipico del ricordo di viaggio. Il segno diviene così linguaggio privilegiato per la pittura, veicolo di percezione suggestiva arricchito dai bagliori argentei del supporto di lamiera che affiorano dal fondo, dalle cangianze dei brillantini delle garze e del gesso che modulano effetti luminosi, retaggio di pratiche scenografiche; graffiato o stemperato sulla lastra in intrecci di linee e traiettorie devianti e deformate, si muove ardito nella visione caleidoscopica e fluttuante, alla ricerca perpetua della forma che dapprima embrionale arriva a poco a poco tradursi nel processo figurativo; anche nelle opere più scenografiche, si muove verso spazi prettamente fantastici con l'utilizzo di materiali diversi tra cui il collage per rendere il senso di stratificazione materica e servendosi anche dell'animazione per creare vere e proprie architetture dalle prospettive spaesanti e distorte. L'effetto finale per lo spettatore è quello di essere accompagnato, grazie anche alle suggestioni stranianti determinate dagli effetti di variazione della luce, lungo un percorso immaginario e fantasioso suggerito da questa meta-realtà parallela.
Francesca Baboni

I lavori di Monica Fabbri si prestano a varie interpretazioni :da memorie di evidente derivazione dalle avanguardie storiche, dalle maquette, i disegni e i bozzetti di origine cubofuturista, suprematista, razionalista, a nuove situazioni percettive, negli ultimi lavori, che permettono di aprire una scenotecnica inedita, una spazialità ambigua, un regime percettivo diverso e modificato, come se fossimo in presenza di capacità visionarie e creative ibride che sono state implementate e contengono, al loro interno, un germe mutante, un virus, una struttura evolutiva che sembra portarci verso reami surreali e onirici in parallelo, che contengono, però, nuove istanze visive, quasi una struttura frattale che oscilla dalle due - tre dimensioni a n-dimensioni ma che contiene, esattamente come nelle geometrie frattali classiche, per ogni livello raggiunto ed esaminato, la stessa quantità d’informazioni.Questa spola continua dal 2D al 3D produce una specie di morphing concettuale, mettendo in evidenza skills e competenze che spaziano, in un regime misto e pluridimensionale, sospeso tra pittura, scultura e scenografia, e portano, comunque ad un diverso statuto scopico che sembra l’anticipazione di una visione modificata e futuribile, all’interno della produzione di forme artistiche ri-orientate in modalità ultra-realistica, una forma di “Augmented Reality”, un complesso statuto percettivo che innalza la soglia di attenzione verso il Mondo1 (Il Mondo dei fatti secondo l’accezione epistemologica di Karl Popper) e ci permette di precorrere nuove possibilità, ad esempio, la scoperta di strutture e architetture “aliene”; in questo caso ottenute con una visione rallentata e densificata, come immersa in qualche liquido, dove anche la spazializzazione è incerta, come se non fossimo più in grado di stabilire e di localizzare esattamente la distanza, la dimensionalità e il reale sviluppo materiale e ontologico di queste “archi-tetture” di origine sconosciuta che potrebbero anche provenire da qualche mondo lontano composto da geometrie non euclidee, oltre la terza dimensione, che produce una qualche forma di cristallizzazione dello sguardo e che prelude, forse, a quelli che sono i nostri più recenti esperimenti scientifici nel settore della fisica post-einsteiniana, ad esempio la possibilità di un rallentamento della velocità della luce (in laboratorio) e la manipolazione e sospensione del fascio di elettroni di un singolo raggio luminoso.
Marcello Pecchioli

Monica Fabbri, nata a Modena nel 1972, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti diplomandosi in scenografia nel 1996. Vive a Cento e lavora nel suo atelier presso la fattoria didattica Motto di Massa Finalese (Mo). E’ fondatrice dell’ associazione socio culturale “La natura dell’arte” con la quale realizza progetti di didattica museale, teatrale e artistica presso le scuole, le cooperative ecc. Iscritta alla sezione Giovani d’Arte di Modena,ha lavorato come scenografa per diverse edizioni del Festival di Cabaret Emergente presso il Teatro Storchi e per il Museo Civico di Modena durante il Festival della Filosofia. Presso le Fondazioni dei Teatri Lirici di Pesaro, Ferrara, Modena, Bologna, Reggio Emilia e Parma ha realizzato scenografie e attrezzeria teatrale. Ha lavorato per le scenografie del teatro di prosa per la compagnia “ la Zattera” di Concordia e nell’ambito della scenografia televisiva, presso lo studio televisivo “Antoniano” di Bologna. Dal 2001 ha realizzato mostre personali a Bologna, Modena, Roma, Messina, Mantova.

La mostra è visitabile fino al 24 gennaio 2010

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Maurizio Bonora
Epifanie. Sculture e disegni

Agli orologi del tempo è sempre Natale
di Gianni Cerioli

Eppure stupisce ogni volta che la festa ritorna, accolta da luci che isteriche occhieggiano nelle nebbie della pianura, trovare il vuoto dietro lustrini e consumi. Una sorta di gioco dei bilanciamenti si produce tra le buone intenzioni e le ritualità formali. È il desiderio di un giusto equilibrio, che richiede che ogni affetto sia reso senza mai forzare la mano.

A don Franco in questa Epifania del 2009 gli amici portano i doni che più sono cari. Maurizio Bonora e Marco Bertozzi dicono con le parole e le immagini di Re Magi, di doni, della Madre e un Bambino.

“Mauro” da tempo lavora e colloquia con sollecitazioni e voci che vengono da molto lontano. Lo fa con il tocco insuperabile che lo contraddistingue. Richiede alla materia di esprimersi senza diventare mai troppo pesante. Con le mani manipola terra e il cemento e tutto quanto può diventare plastico sotto le dita. Con un’immediatezza sorprendente narra per piccoli tocchi che mantengono la forza della spontaneità iniziale. La freschezza del modellato corteggia le forme, l’approccio espressivo coinvolge lo spettatore, lo colloca all’interno di un’azione teatrale in cui si valorizzano registri alti e tensioni nuove nella ricerca delle radici della vita dell’uomo. Torna così a interessare l’arte, gli artisti, gli spettatori quel punto di vista figurativo che è stato per molti versi, a torto o a ragione, espropriato dalla pratica dell’arte. Ogni elemento della rappresentazione riconduce a movimenti essenziali senza disperdersi in digressioni gratuite. Seguendo le immagini, gli archetipi tornano nel contemporaneo con forza inaudita. Solo riappropriandosi del peso della tradizione e riconducendo all’arte “figurativa” anche il più piccolo tassello che l’artista produce, ogni cosa torna a colloquiare con altre voci presenti e passate.

La grafite allora traccia, contorna, delimita, compone. Sul foglio bianco compaiono segni che danno ragione di altri segni e altri sensi. L’intensità che Maurizio Bonora realizza sul supporto permette di “andare alla narrazione” senza retorica e finzioni. Del tutto convinto, com’è, che l’immagine possa sostenersi da sola per la sua conformazione interna, per la sua essenzialità, per la sua poesia, per il suo lungo passato che dietro si porta.

Anche la scultura ha una sua levitas se, decantato ogni aspetto teorico, può fermare gli elementi che significano qualcosa per l’artista. La terracotta diventa colore. Senza mai fare perdere la tensione del tema., diventa colore il cemento. Aggetti e rientranze segnano un ritmo in accordo con i rialzi cromatici che all’interno della composizione compaiono. È da tempo che il nostro artista gioca nel campo della scultura la sfida di tenere uno stesso contenitore. Questi spazi sono la magistrale messa in scena dell’evento. Anche nell’arte si producono, infatti, delle rivelazioni improvvise. La nicchia accoglie e si apre di volta in volta ad ambientazioni completamente diverse. Qui la figura della Madre e del Bambino si complica con la presenza di altre figure. Sono i tre re magi che presentano al nato bambino i doni a questo effetto portati In quelle nicchie Bonora ha racchiuso la vita del Cristo, ma ancor più il senso della figura della Madre. I doni che vengono offerti parlano dell’azione di disvelamento, di manifestazione, di apparizione della divinità. Eppure Maurizio accorda da tempo ogni attenzione a quella che viene immolata. In questo consiste il dono segreto con cui il Bambino ricambia i doni dei Magi. Il suo contro dono è la Salvezza dell’umanità tutta intera. Solo per questo agli orologi del tempo è sempre Natale.

Immagine: Daniele Cestari

Inaugurazione 23 dicembre 2009, dalle ore 17:00

Rocca di Cento
piazzale della Rocca Cento, 1 (FE)
sabato, domenica e festivi, ore 10.00 - 13.00 e 15.00 - 18.30
Ingresso libero

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