Centro Culturale Aldo Moro
Cordenons (PN)
via Traversagna, 4
0434 932725 FAX
WEB
Carmelo Cacciato
dal 9/9/2011 al 23/9/2011
da lunedi a sabato 16 - 19

Segnalato da

Associazione Media Naonis




 
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9/9/2011

Carmelo Cacciato

Centro Culturale Aldo Moro, Cordenons (PN)

Granelli di rabbia e nostalgia di un fine estate. L'iniziativa rientra nell'ambito delle proposte di "Un anno d'arte" e raccoglie espressioni artistiche legate a vari campi espressivi, dalla grafica all'installazione.


comunicato stampa

Rosario di sabbia e di furore

Prima stazione: dove si contempla un canotto, rosso fuoco, come non era e come è diventato nel ricordo. Il ricordo risale a qualche fotografia in bianco e nero, con i margini ondulati, formato 7x10, come usava negli anni ‘60. Chissà di che colore era, quel canotto, o il costumino del bambino che ci sta dentro, così concentrato nel gioco da non accorgersi di essere fotografato.

Questo canotto rosso è fermo su uno strato di carte sovrapposte, color sabbia – veline e fogli di un giornale arabo – incollate una sull’altra. Il gesto che ha incollato è lo stesso che tamponare una falla, rappezzare, proteggere, salvare. E accarezzare.

Seconda stazione: dove si contempla una lunga fila di ombre, che vanno di qua e di là, su un nastro di carta che attraversa la parete e si svolge e riavvolge attorno a un rullo. Avanti e indietro. Senza che ci sia una meta, senza che da questa sequela di figurine fatte a stampo se ne stacchi qualcuna e prenda nome.

Terza stazione: dove si contempla una scatola, rosso fuoco, su cui rimane l’impronta di una ciabatta di gomma a infradito. Niente altro. Come “di tanti che mi corrispondevano”1. L’annientamento ha infiniti modi, infiniti luoghi e tempi, ma sempre annientamento resta.

Quarta stazione: dove si contempla una macchina contabile, un cavalletto con una macchina da presa e documenti, carte di identità a pacchi. Identificare, registrare, catalogare. E poi magari rispedire indietro. Tutto a posto, tutto fatto. È una questione di numeri. Nient’altro?

Quinta stazione: dove si contemplano tante piccole scatole, una distesa di scatole, sporche e consumate fuori, all’interno disperatamente bianchissime. Ognuna contiene ciò che i naufraghi portano con sé, è vuota, ma piena di suoni, odori, parole, voci, ricordi.

Sesta stazione: dove si contempla qualcosa che è sopravvissuto, una fotografia sbiadita, un frammento di carta da parati, i quadrifogli di una piastrella moresca; vicino, i putti dorati delle acquasantiere di una volta, appese accanto al letto, e un rosario rosso. ‘Che Dio, che Allah ci protegga, anche per questo giorno e per i giorni a venire’.
Dietro i numeri ci sono storie, nelle storie ci sono persone.

Settima stazione, la chiave: su sette lavagne di ardesia sono disegnate col gesso le fasi di costruzione di una barchetta di carta. Vicino c’è una spugna. Basta proprio poco a cancellare il disegno. Basta così poco a cancellare una barca, un viaggio, la speranza, il progetto di una vita migliore. Ma anche l’ordine razionale delle cose, la procedura, il protocollo, il “come si deve fare per”. “ Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, considerate se questo è un uomo, meditate che questo è stato”2.

Ottava stazione: quasi al centro si contempla un segnale stradale, roso dal mare, con due mani che escono dall’acqua. Pericolo o divieto? O entrambi – pericolo e divieto – di uscire, di approdare, di salvarsi, di vivere – visto che il segnale è quadrato?

Nona stazione: di fronte al segnale, quasi al centro, si contempla uno sgabello, bello, d’oro, prezioso, sopra il quale è appoggiata la custodia di un binocolo, bella, rossa, preziosa. Qualcuno controlla, scruta l’orizzonte e perlustra la spiaggia, ma in realtà non vede. Del binocolo c’è solo la custodia.

Decima stazione: …
(e tutto si raccoglie nel libro, le mappe di un Mediterraneo che non esiste più, dove c’è ancora la Jugoslavia; la foto in bianco e nero di qualcuno che approda su una spiaggia con un bambino in braccio, gli emigranti di ieri e di oggi, che non esistono più).

Nel bilancio sui flussi migratori redatto dalla Caritas per il 2010 si legge che “nell’arco di poco più di un ventennio, i tentativi, spesso disperati, di raggiungere la frontiera europea hanno trasformato il bacino del Mediterraneo e il vicino Atlantico (in prossimità delle isole Canarie) in un grande cimitero. Sono diverse migliaia le cosiddette ‘vittime della frontiera’. Nel solo Canale di Sicilia, dal 1988 ad oggi sono state documentate 4.183 vittime.”3. E il numero è sicuramente più alto se si tiene conto che, secondo le dichiarazioni del ministro Maroni del 26 agosto di quest’anno, a partire dalla cosiddetta “primavera araba” sono sbarcate sulle nostre coste 57 mila persone, rispetto alle 80 mila dei dieci anni precedenti.

La spiaggia, il luogo noto e sicuro dell’infanzia, associato in genere ai ricordi più sereni – quella totale, beata immersione nel gioco, che si percepisce anche nella fotografia da cui ha preso le mosse il lavoro di Cacciato – è divenuta per molti un approdo incerto, un margine tra l’ignoto del mare e una terra che è comunque sconosciuta e probabilmente ostile. Quando non è semplicemente un miraggio, mai più raggiungibile.
Uno stesso luogo assume quindi significati molto diversi: rimanda alla dimensione intima, strettamente personale dei ricordi d’infanzia, ma è anche oggetto di una riflessione su uno dei fenomeni, quello dei flussi migratori, più problematici e destabilizzanti della società attuale.
Sembra strano e invece questi due aspetti, solitamente così lontani, coabitano con naturalezza nella installazione di Carmelo Cacciato, che riflette così un carattere fondamentale della complessità contemporanea, quello per cui un oggetto, un luogo, un segno non sono mai univoci. Quello che per noi è la spiaggia (sabbia, ombrelloni, secchiello e paletta, canotto…) è anche il luogo-simbolo, pensiamo a Lampedusa, di una tragedia dalle proporzioni e dai contorni epocali.

Ma non è solo una questione di numeri. Il lavoro di Cacciato sembra dirci proprio questo, sembra tentare di salvare frammenti di storie, del vissuto di persone concrete, con i loro sentimenti, i ricordi, le speranze, le sensazioni che si portano dentro, sfumando la riflessione sull’attualità verso il registro più intimo della memoria. La nostalgia, cui fa riferimento il titolo, fa tutt’uno con la rabbia; la denuncia del massacro silenzioso si fonde con una diffusa, sottile ma tenace sensazione di dolore, che permea non solo questo, ma anche molti altri lavori di Cacciato e ha il corrispettivo formale nella patina brunita che ricopre ogni cosa.

A conferire all’installazione questo spessore, questa risonanza profonda e stratificata, sono due principi ideativi ricorrenti nell’opera dell’artista. Il primo si potrebbe definire di “sottrazione”: la spiaggia, come tale e come meta del viaggio, il viaggio stesso, i viaggiatori, non sono mai rappresentati, ma evocati a partire da elementi che ne implicano la presenza, ma che “non sono” quel significato. E quest’assenza dell’immagine principale, in particolare della figura umana, ha molto a che fare con quel senso di vuoto, di silenzio, quella nostalgia strutturale, che costituiscono l’atmosfera prevalente del lavoro.

Secondo: un principio di “accumulazione”, per cui ogni installazione di Cacciato è una e molteplice, composta di più opere, ciascuna delle quali è leggibile autonomamente e nel contempo concorre a un percorso d’insieme, che si costruisce per approssimazioni progressive. Come una specie di rebus, o una caccia al tesoro in cui ogni tappa è un indizio e ci guida entro un labirinto di senso. Inoltrarsi, esplorare un ignoto dove tutte le vie sono possibili, come in un bosco in cui il sentiero si sia perso e si proceda per tentativi: una modalità di costruzione dell’opera complessa e articolata, che rende per così dire più difficile il percorso di lettura e costringere lo spettatore a esperire egli stesso la complessità.
È un metodo che si ritrova non solo in questa, ma in molte installazioni di Cacciato, per esempio in quella proposta a Cordovado per Visavi4, ispirata al viaggio dei “nostri” emigranti di un tempo. Ritornano quindi i temi del viaggio, del ritorno, dell’attesa, significati per metonimia attraverso oggetti altri come la valigia, la sedia, le stoviglie povere del cibo e del bere quotidiani. Ma anche la mappa, il calcolo, il registro dove si annota e si enumera, simbolo di una ratio che fallisce immancabilmente, di fronte alla vita, il suo scopo. Infine ritorna il libro, un libro d’artista in esemplare unico (Cacciato è nato incisore e si è sempre dedicato ai libri fatti a mano), in cui le parole si perdono sbiadite o sono così fitte da diventare illeggibili. Ritorna, un po’ in tutte le recenti installazioni dell’artista, la patina bruna, quasi un odore di vecchio concretamente percepibile. E un silenzio in cui risuonano voci e lingue diverse, spesso incomprensibili, che recitano però la stessa litania, un rosario di nostalgia e di rabbia.

Chiara Tavella

1 Il verso è tratto dalla celebre poesia ‘di guerra’, così celebre da non aver bisogno forse di note, di Giuseppe Ungaretti San Martino del Carso.
2 Anche in questo caso la citazione è nota, si tratta di versi liberamente estrapolati dalla poesia di Primo Levi Se questo è un uomo.
3 Da: Caritas/Migrantes, Africa-Italia, scenari migratori, Idos Edizioni, Roma 2010, p. 201.
4 Cfr. VISAVI Artisti a confronto, Carmelo Cacciato - Massimo Poldelmengo, a cura di E. Di Grazia, palazzo Cecchini, Cordovado (Pordenone), 9 - 30 novembre 2008.

inaugurazione 10 settembre ore 18

Centro Culturale Aldo Moro
via Traversagna, 4 - Cordenons (PN)
Da lunedi a sabato 16 - 19
Ingresso libero

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