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Aperture (2002 - 2004) Anno 2004/05 Numero 17



Non parto e non resto perche' non so dove sono

di Casolaro, Giorgi, Dantini



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n. 11 2002


Dal progetto 'Borders' di Bernardo Giorgi, Italy - Burkhard Boll, Germany - and Bartosz Bat Wojcik, 1999 http://www.kv-net.de/borders99

Gea Casolaro, still da 'Volver atres para ir adelante', 2003, video, 9' e 15''

Michele Dantini, 'Memories of Migrant Workers, 1', 2003, videostill, 2' 17"

di Gea Casolaro, Bernardo Giorgi e Michele Dantini

Date: Tue, 23 Nov 2004 23:46:07 +0100
From: Bernardo Giorgi
To: Gea Casolaro , Michele Dantini
Subject: è venuto così, vediamo se ha un senso...
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berlino-siena (via napoli) 21/11/2004, di ritorno da un viaggio/ spostamento di lavoro.

-immagino due tipi di viaggio: spostamenti legati al bisogno, viaggi "conoscitivi" - l'uno non esclude l'altro, anzi spesso si intersecano creando altre geografie.
berlino, all'inizio della mia prima residenza tedesca nel 1995, rappresentava il nuovo, il non conosciuto. prendevo giornalmente bici e s-bahn o u-bahn , alla ricerca?
la città, le sue periferie - penso a marzhan per me in quel periodo più intrigante della mitte che si andava a ricostruire - la sua vita notturna fatta di musica elettronica e di club che duravano un giorno....ecco il mio "stare a berlino"- in quel periodo ogni inverno passavo lì almeno quattro mesi. era simile ai viaggi compiuti durante la fase studentesca o all'ultima "spedizione" di sei mesi in algeria nel 1991, dove mi muovevo tra berberi e cammelli e dedicavo il mio tempo a sentire cosa significava essere un diverso. vedevo scolorare i confini del senso di appartenenza, senza tracciare una rotta precisa.
ecco, vorrei lanciare una piattaforma di dialogo sul viaggio. cominciare a parlare delle nostre esperienze, cosa significa viaggio nel nostro vocabolario, magari segnalare testi che sono diventati importanti per la nostra visione-osservazione della "realtà", progetti realizzati o annotati, immagini, etc.
vediamo cosa può succedere...

un piccolo appunto - due punti:
oggi il mio viaggio lo vedo cominciare dalla "lettura di un onda" in
cerchiamo di inviarci cose brevi, veloci, buone a concorrere a un progetto-dialogo aperto

Date: Wed, 24 Nov 2004 10:56:03
From: GEA CASOLARO
To: Bernardo Giorgi , Michele Dantini
Subject: Re: è venuto così, vediamo se ha un senso...

caro Berni, anch'io sono appena tornata da un viaggio: me ne stavo lì seduta nella mia poltrona, le luci si sono spente e il decollo è avvenuto sui titoli di testa: per tre ore sono stata in India. E' stato davvero molto emozionante e sconvolgente ritrovarsi in mezzo agli scontri tra indù e musulmani.
Poi, in serata sono anche stata un paio d'ore in un carcere giapponese. Ci spiegava il regista che la differenza tra noi e i carcerati è solo un muro: tutti siamo imprigionati in regole ossessive; solo soffermarci sui dettagli può farci riacquistare il senso del piacere della vita. E' un'ovvietà, ma con che gusto lo ha raccontato, e con che gusto, in sala, italiani, giapponesi, indiani, pakistani, inglesi, americani, partecipavamo a questa scoperta.

sembra una banalità, ma tu lo sai che dopo un po' che non viaggio, vado in "crisi d'astinenza" e così, se non posso salire su un aereo, almeno mi consolo con i festival di cinema, in cui si vedono cose ben diverse dai colossal americani o dai piagnistei italiani. E poi, vuoi mettere il suono di un'altra lingua. Forse è proprio quello che mi piace: risentire intorno a me i suoni che sentivo in cina, oppure a buenos aires, e riprovare almeno per un attimo, come dicevi tu, quel brivido strano che ti prende nel sentirti straniero: un misto di piacere e paura di perdere la tua identità.

E non è solo la lingua: è anche il conoscere e scoprire cose che non sapevi, ma soprattutto il distruggere gioco forza l'immagine di quel dato luogo che, anche non volendo, avevi creato nella tua testa: o che, per contro, assolutamente non riuscivi a immaginare (ad esempio: la Malesia, non riesco proprio a immaginarla, e non si tratta di cercare qualche immagine in internet; non so niente di qual paese).

E poi, quando vado in un altro paese, mi prende talmente che non riesco a mollarlo più e così, oltre il film comincio a cercare i romanzi, a ritagliare articoli, a cercare di incontrare persone che sono legate a quei luoghi per scoprire di più, o forse tutto quello che mi sono persa: magari è un modo di dire "vedi che devo tornare", oppure è solo un modo per continuare a viaggiare.

L'importante è muoversi?..

From: Michele Dantini
To: gea casolaro , bernardo giorgi
Subject: «non parto e non resto. perche' non so dove sono» (ops!)
Date: Wed, 24 Nov 2004 11:57:15 +0100

non so, a me piace molto questa frase di boetti, la userei un po' così, per partire. dove vai? perché vai? buffo no? scrupolosa preparazione della meta o insensatezza, capriccio, «orrore del domicilio», idée fixe? per me naturalmente l'uno e l'altro. impiego mesi, poi, se non anni, a ricostruire il disegno, il «proposito» che mi aveva condotto in un luogo, trascinato in un luogo - faccio ricerche, intervisto persone, entro in archivi pubblici e familiari, faccio fotografie, scrivo testi, giro video - e tutto accade un po' così, a volte in apnea, quasi convulsivamente, per il desiderio di non staccare, di comprendere, acquisire - altre volte sorseggio caffè speziati ai tavolini dei bar della piazza, e aspetto. di tanto in tanto butto giù una noterella, e continuo ad aspettare - la conversazione giusta, il piccolo illuminante episodio per la strada, l'informatore perfetto, che arriva al bar e in modo casuale prende una sedia e si siede accanto a me. nell'uno e nell'altro caso credo che si tratti davvero di una ricerca, un atteggiamento che ho maturato anche negli anni, leggendo molto gli antropologi come viaggiatori, come osservatori e scrittori di esperienze umane e geografiche. tra le pratiche di viaggio, credo che la migliore sia la residenza: stai fermo in un luogo, se puoi impari a parlarne un po' la lingua, comunque conosci quel che è quotidiano, incontri persone e stabilisci rapporti personali, comunichi, ti intendi. fai la spesa, lavori. prendi una cassetta postale, e osservi la fila al bancomat, o le pubblicità dei cinema. compri quotidiani e riviste locali. vai allo stadio per la finale. cose così. una versione destrutturata di quello che gli antropologi chiamano un po' pomposamente fieldwork. e per tornare alla frase di boetti. non so, adesso viaggio molto per mete lontane, lavoro sulla geografia (ex-)coloniale, quindi soprattutto africa e caraibi, ma trovo che sia artificioso parlare con troppa enfasi dualistica di «altro», «alterità». le logiche bipolari non aiutano, sono troppo schematiche. tu puoi fare un lavoro sullo splendore delle jungle, sulla vulnerabilità sociale dei contratados, sull'«altrove» ecologico, geopolitico, culturale più vertiginoso. ma è chiaro che stai mettendo pezzo dopo pezzo, che stai lavorando [anche] su te, su qualcosa che ti accomuna potentemente, e cerchi/usi metafore altrettanto potenti - soprattutto è chiaro che non è chiaro chi sia questo «te», il nome proprio, l'«italiano», l'occidentale, il «viaggiatore»... identità parziali, relativamente illusorie. direi che viaggio, o meglio cerco di stabilire residenze provvisorie e parziali in luoghi che sfidano i miei adattamenti culturali, esaudiscono meglio un desiderio, corrispondono positivamente a un'irritazione, a un'impaziente anticipazione di apertura, di crescita. naturalmente, attraverso viaggi di questo tipo, ci si trasforma, si accolgono cose importante dei luoghi, dei volti, delle lingue, con cui abbiamo abitato per qualche tempo. per più versi ne eravamo in cerca - stavamo già migrando, quando a desideri, aspettative, emozioni, dalla vecchia casa, dalla dimora nativa. eravamo già per strada.

ciao Michele Dantini

From: GEA CASOLARO
To: Michele Dantini , Bernardo_Giorgi
Subject: Re: «non parto e non resto. perche' non so dove sono» (ops!)


Caro Michele (sembra il libro della Ginzburg)
la frase di Boetti, però potrebbe essere letta esattamente in senso inverso:
<>

Condivido con te l'idea che il viaggio, più è "stabile" in un luogo, meglio è, proprio perché ti permette di confrontarti con delle nuove abitudini del tuo io. Di fatto è così, parti per uscire dai tuoi schemi, ma di fatto, non puoi farne a meno e così te ne crei di nuovi (o sono gli stessi di sempre semplicemente adattati al luogo), o se non sono i tuoi, ti appigli a quelli degli altri.
Anch'io penso che si viaggi per cercare delle parti di sé, e per questo penso che si scelgano luoghi o situazioni per riuscire a vedere quel lato nascosto che nello specchio appare irraggiungibile, quello che è subito dopo la porzione di viso che riesci a raggiungere con la coda dell'occhio, nel punto esatto in cui o ti guardi o ti giri.
Penso che viaggiamo per ritrovarci, come in un quadro di Magritte, davanti al retro della nostra testa.

Per quanto riguarda il discorso su "l'altro" è veramente difficile. Io lavoro spesso sul concetto che per "conoscere" qualcosa la devi prima "riconoscere" dentro di te (non so a voi, ma a me capita spesso, arrivando in un posto nuovo, di trovare similitudini e somiglianze: penso che sia un meccanismo di protezione della nostra identità): la difficoltà sta proprio nell'eliminare più filtri possibili, ma come si fa ad essere certi di averli eliminati davvero? Il rischio non è che in questa ricerca di parti di sé, si torni sempre e solo a sé stessi?

From: Bernardo Giorgi
To: GEA CASOLARO , Michele Dantini
Subject: ai bordi di una cartina
Date: Fri, 26 Nov 2004 20:09:15 +0100

mi piacciono queste geografie che si vanno a creare attraverso i nostri
racconti, le nostre attese.
il lavoro si apre spesso sui limiti dell'immagine, del nostro io;
l'attenzione sulle pitture, siano mentali o reali, quelle che ci
inducono a visitare, come per le feste comandate, i musei.
una delle immagini che amo e che vedo colorarsi da questa nostra
chiacchierata è quella di "ricostruire un disegno, il proposito" come lo
chiami tu michele, o quello che gea chiama lato nascosto che appare
irraggiungibile.
sì la coda dell'occhio... dell'elefante del giaguaro. un gusto perso, a
volte un objet trouvé.
ieri ero sul sagrato del duomo a siena: in un attimo, avvolto da quella luce
strana, ho sentito alle mie spalle parlare francese, un attimo sì, magari
era già un attimo più lungo del solito come lo chiamano i santi, ed ero
proiettato a parigi, non so cosa - un odore - mi ha portato su
quell'impressione di quando ero piccolo parigino.
ecco si, ancora parigini i garofani, la cadenza ed ancora l'odore di quella
memoria che andiamo a cercare sulle mappe, a tracciare nel nostro lavoro;
a volte sembrano linee indelebili, ma appena le pensi loro fuggono
spariscono... sì questo è un buon lavoro
e pensare che la maggior parte del mio tempo la passo alla ricerca di fondi
al telefono e a stirare camicie... camicie per sopravvivere.

io mi sento ai bordi di una cartina e continuo a cercare aspettando.
a domani
bernardo
From: Michele Dantini
To: gea casolaro ,
bernardo giorgi
Subject:siamo_ nell' epoca_ della_ simultaneità_ epoca_ della_ giustapposizione, del_ vicino_ e_ lontano,_ dell' uno-accanto-all'altro_ contemporaneamente,
del_disperso
Date: Sat, 27 Nov 2004 12:04:11 +0100

cari Gea e Bernardo,
altre frasi, altre parole, altre nuvolette (teoriche).

Gea scrive: ?il rischio non è che in questa ricerca di parti di sé, si torni sempre e solo a sé stessi?" buona domanda: credo sia un punto chiave.

non so, c'è un enigma in questo ?tornare" e in questa semplice cosa: "sé stessi". e c'è anche come un movimento a spirale, in orizzontale e in verticale, per cui il punto di ritorno davvero è e non è il punto di partenza. la frase di boetti mi colpisce perché crea inversione: è il movimento, l'essere-in-viaggio, il migrare la condizione permanente. siamo sempre qui-e-altrove: simultanei, o in divenire, per frammenti. siamo geografia, come il breve intervento di Bernardo, molto delicato, direi "dalla parte di swann", mi suggerisce. le nostre "cartine", per quanto accurate, hanno sempre carattere sottilmente fantastici, sono "della materia di cui sono fatti i sogni". attese, desideri, tensioni, orientamenti, "disegni": consapevoli e inconsapevoli. meridiani e paralleli. rotte, migrazioni, viaggi.

vorrei riuscire a spiegarmi meglio. vediamo.

quello che più mi affascina è lo scambio (su un piano di reciprocità) tra Sé e geografia, la possibilità che questo scambio accada: l'ampiezza, la profondità.

la diversità ecologica, sociale e culturale del pianeta preserva per chi visita luoghi la possibilità di articolare la sua stessa differenza, di giungere a conoscersi attraverso l'"altro". sono fuori di noi le narrazioni che ci aspettano, i nostri piccoli benevoli djinn, geni della Dimora e della Strada: li incontreremo verosimilmente per caso, o condotti da uno strano impulso, per una sorta di anamnesi, una memoria a ritroso, che proviene dal futuro. ?...viaggio per scoprire altri stati d'animo. e se questa avventura intellettuale mi porta in posti dove la gente conduce vite limitate, è perché la mia curiosità è in parte ancora influenzata dalle mie origini coloniali... vado in posti che, per quanto estranei, hanno dei nessi con ciò che già conosco..." (naipaul, "i coccodrilli di yamoussoukro").

in francia, dove si amano le parole difficili, tra deleuziani si parla oggi di "topologia del Sé". scrive foucault: ?siamo nell'epoca della simultaneità, l'epoca della giustapposizione, del vicino e lontano, dell'uno-accanto-all'altro contemporaneamente (side-by-side), del disperso". ?uno-accanto-all'altro contemporaneamente" e non: "insieme", senza differenza. la differenza tra vecchio "esotismo" coloniale e "topologie" poststrutturaliste "del Sé" (un Sé diasporico) passa di qui, ed è importante: da questa (consapevole) delimitazione delle possibili narrazioni-Sé, dei "dispersi" (delle storie dimenticate, perdute, divergenti) a Sé confacenti, plausibili.

questo stesso scambio cui accennavo all'inizio, tra Sé e geografia, non ha conseguenze solo su piani per così dire "orizzontali" e narrativi, di ampliamento dell'esperienza: mi interessa molto svilupparlo su piani per così dire "verticali", di sfondamento.

in altre parole: trovo che le esperienze di mobilità, quantomeno determinate esperienze di mobilità, creino condizioni sperimentali particolarmente indicate per osservare riflessivamente in noi i processi mentali implicati nei comportamenti di esploratività, attenzione, elaborazione dell'"alterità". desiderio, paura, impasse, riconoscimento, etc. sono molto interessato ai processi emozionali/cognitivi primari, agli ambiti di esperienza che attraversano la psicologia storica di un individuo e la connettono a modalità sovraindividuali, specie-specifiche.

che cos'è l'attenzione? com'è descrivibile questa cosa? e come sorge? come e perché opera, adesso processando in serie stimoli distinti e simultanei e adesso posandosi invece pacatamente su un unico dettaglio? ancora: come la si inibisce, la si distoglie - storicamente, ad esempio attraverso l'oppressione, socialmente, individualmente? come ha origine il ritiro di interesse - individuale, collettivo: la connivenza, ad esempio, o la diserzione?

giunge periodica, simile a un impulso migratorio, impellente e preziosa: la necessità di una prolungata condizione di emergenza/vulnerabilità controllate, al di fuori di identità sociali e di ruolo consolidate.

From: GEA CASOLARO
To: Michele Dantini , Bernardo_Giorgi
Subject: Re: siamo _ nell' epoca_della _ simultaneità _ epoca_della _giustapposizione, _ del_vicino_e_lontano, _ dell'uno-accanto _ all'altro _ contemporaneamente, _ del _ disperso
Date: Mon, 29 Nov 2004 10:58:15

l'ultima frase di Michele <> mi ha obbligato a pensare (più che altro a ricordare) a quanto i nostri discorsi siano dei discorsi da privilegiati: nel 2003, a Buenos Aires, avevo iniziato un progetto intervistando i figli o i nipoti degli emigranti italiani, che pur avendo il nostro stesso passaporto, non erano mai stati qui da noi, e volevo capire quale fosse la loro "immagine" dell'Italia. Come sempre, parlando, i discorsi si ampliavano, si andava a parlare di differenze e somiglianze, si mettevano a confronto due realtà. Una delle cosa che più spesso mi sono sentita dire è stata: << voi siete dei privilegiati: voi potete viaggiare?>> con un tono di nostalgia e rimpianto che mostrava chiaramente la disperazione di non potersi confrontare che con la propria povertà.

È chiaro, quindi, che << la prolungata condizione di emergenza/vulnerabilità >> di cui parla Michele, che per migliaia di persone è la normale condizione esistenziale o forse, sarebbe meglio dire, di non-esisitenza, è al contrario per noi un lusso estremo? (non a caso Michele le definisce << controllate>>).

Pensate che assurdità: si migra per potersi stabilire, e questa stabilità è la condizione indispensabile per poter migrare di nuovo, ma avendo tutto sotto controllo?. ossia, anche quando noi parliamo di perdita di identità, è sempre una perdita sotto controllo: la differenza tra essere ai bordi della cartina, e il non averla affatto...

From: Michele Dantini
To: bernardo giorgi , gea casolaro
Subject: story-telling. poetiche e politiche.
Date: Thu, 2 Dec 2004 10:49:38 +0100

caro Bernardo, cara Gea,

le osservazioni di Gea permettono forse di entrare più nel vivo della cosa: di considerare quanto facciamo desideriamo fare anche sotto aspetti politi, etici, sociali, sotto aspetti di responsabilità. è molto importante.

non ho mai pensato alla mobilità come «al» privilegio: credo anzi nasca almeno in parte sul presupposto di un'inquietudine, un'impossibilità, una privazione. la mobilità dei commerci è nata con l'uomo. la mobilità del viaggio nasce invece con l'occidente. questo è significativo. non «il» privilegio ma «un» privilegio tra altri, relativizzabile: l'accesso a acqua, aria, terra, pulite, il possesso di una rete sociale ampia e indiscutibile, la certezza della sussistenza, l'esistenza di relazioni umane colme di tatto, riflessive, intense e differenziate, l'assenza di stato, la copiosa disponibilità di proteine, la possibilità di muoversi a piedi per distanze illimitate, il silenzio, l'integrità, il canto degli uccelli, etc... esistono (per meglio dire esistevano) altri «privilegi» presso altre società storiche, che assicurano accesso a beni a mio parere più preziosi.

certo, è indiscutibile, esistono presupposti finanzari della mobilità: in questo senso per 2/5 del pianeta essa resta un privilegio geografico e sociale. questo vale per medici senza frontiere e reporters senza scrupoli, scaltri cooperanti e attivisti ambientali, rotaryani e elites diplomatiche, politiche o finanziarie. non credo però che alcuni tra i tipi di «viaggiatori» elencati dovrebbero smettere di viaggiare. per medici, ecologisti, amministratori responsabili esiste senz'altro la possibilità di rendersi utili.

e l'arte? dal mio punto di vista non è interessante parlarne come di un «superlusso», darne per scontato l'inutilità e farne quasi un vanto. se è solo un «superlusso» potremmo senz'altro farne a meno. determinati progetti relazionali site-specific, non adeguatamente supportati dalla conoscenza delle comunità locali e da una loro attiva richiesta di coinvolgimento, credo davvero debbano essere ripensati sotto questo profilo. vorrei essere chiaro: nell'attività artistica esistono parti di gioco e ritualità che sono importanti senza essere immediatamente politiche. al tempo stesso si può e si deve cercare di introdurre consapevolezze e rigore, senza fingere che quello dell'arte sia un territorio innocente, felicemente irresponsabile, un limpido parnaso - no, è un territorio anche politico e sociale. ed è importante cercare di dare un proprio contributo perché quella comunità ferocemente elitaria al cui interno ci si trova ad operare, il sistema dell'arte, divenga più aperta all'«altro», coinvolta e socialmente ricettiva .

alcune considerazioni minime su arte, scrittura, pratiche di viaggio.

le persone che incontro e con cui collaboro nei viaggi in regioni che media e istituzioni monetarie occidentali descrivono acriticamente come «sottosviluppate» (e che spesso non lo sono, eccettuati gli indici neoliberistici, economici e monetari, con cui l'occidente misura la «povertà» altrui per sostenere le necessità di «sviluppo» e un proprio diritto di ingerenza), mi chiedono di informare correttamente sul loro paese, ad esempio, di contribuire a destare processi di consapevolezza presso le opinioni pubbliche occidentali, di portare medicine, di stabilire partnership per progetti di microeconomia e cooperazione. non mi chiedono di stare a casa: al contrario, sembra che l'incontro con chi viene da un altro paese sia una preziosa occasione di scambio, conoscenza e riconoscimento reciproci, sostenuta, oltre che dalla naturale curiosità della mente umana, dall'urgenza politica di crearsi accesso in un mondo di informazione e mercato globali da cui spesso si sentono ingiustamente esclusi per responsabilità di corrotte elite locali.


credo possibile contribuire ad avviare processi collaborativi site-specific, e per due motivi. il primo è specificamente relazionale, e ha a che fare con il coinvolgimento, entro questo o quel progetto e in termini esplicitamente consensuali, di comunità o parti di comunità (le modalità di intervento non invasivo possono essere quelle stabilite dalla American Association of Anthropology). gli artisti possono dare un contributo soprattutto in termini di media awareness e narrabilità del quotidiano. il secondo ha più a che vedere con un'operazione di tipo concettuale. a mio parere è interessante creare alleanze, entro un unico progetto, tra artisti da un lato, ricercatori sul campo (antropologi e field-biologists, ad esempio) dall'altro. apprezzo molto l'intensità, l'abnegazione della ricerca: che non adotta giudizio di gusto («bello», «brutto»; «interessante», «non interessante») in relazione al proprio oggetto. in presenza di simili requisiti della ricerca esistono alcune cose in comune tra ricerca sul campo e arte - più cose, forse, di quanto il sistema dell'arte che sempre di nuovo controlla e delimita l'attribuzione dei titoli di «opera» e «artista» è disposto a concedere. vale la pena di lavorare a salde connessioni tra arte contemporanea e attivismo, o se preferiamo a un progetto contemporaneo di anti-arte.

qualche equivoco sembra essere nato attorno a «emergenza/vulnerabilità controllate»: è una condizione progettuale, la condizione di chi periodicamente si fa «straniero» in luoghi che non odiano lo straniero, ma che non ne dipendono; luoghi che possiedono usanze, costumi, codici diversi da comprendere e decifrare. in genere mi interessa studiare da vicino i «coni d'ombra» dell'informazione geopolitica planteraria: luoghi marginali o dimenticati, dai quali osservare i processi di globalizzazione. in condizioni di «emergenza/vulnerabilità incontrollate», ad esempio la detenzione, si può scivolare: è l'imprevisto che prevediamo possa pur sempre accadere, che talvolta accade, è accaduto.

in definitiva. si espatria per acuire attenzione, interesse, esploratività, senso politico e morale. si viaggia per contrastare le politiche della paura e dell'idiozia, per decolonizzare la mente. si viaggia perché si crede imperativo conoscere il mondo - conoscere e se possibile condividerne consapevolmente la vicenda nella sua complessità e pienezza. è fuori discussione l'idea di stanzialità, di «patria»: semplicemente non esiste. non si è mai a casa in un mondo dove regnano denaro, ipocrisia, violenza. né qui né là (ritroviamo la frase di boetti).

pratiche di scrittura/visualizzazione e viaggio possono contribuire a una migliore articolazione della differenza culturale, e del dialogo tra culture lungo linee di margine (i «bordi della cartina»). è quanto mai opportuno preservare/amplificare memorie minoritarie, creare soglie di attenzione e ascolto, aggirare o sovvertire clichés neocoloniali e mediatici (ngugi wa thiong'o: «spostare il centro del mondo»).

ancora a proposito della cartina, e dei suoi bordi. il più classico pregiudizio della letteratura di viaggio di età coloniale e dell'etnografia classica è quello per cui l'«indigeno» è tout court stanziale. il viaggiatore-etnografo è l'europeo colto, cosmopolita, metropolitano. l'indigeno abita «inconsapevolmente» la terra degli antenati. lo stesso progetto politico-amministrativo coloniale si è retto sui presupposti della stanzialità e della natività dell'«altro». qualcosa (molto) manca in queste «great narratives» del cosmopolitismo (e dell'imperialismo) occidentale: appunto le memorie extraoccidentali di mobilità, contatto, migrazione, diaspora, le memorie di chi si sposta su rotte commerciali periferiche, opportunità di lavoro stagionale oppure perché spinto dalla fame o dalla persecuzione, etc. - un cosmopolitismo alla rovescia, «subalterno», minoritario o operaio, di chi pure esplora il mondo da ferrovie, strade polverose e porti.

ne ho fatto l'oggetto di un lavoro raccogliendo le memorie di viaggio degli anziani contratados che abitano le isole africane (ex portoghesi) di principe e sao tomé: emigrati lì da capoverde, angola, mozambico nei primi anni Cinquanta, in piena epoca coloniale, per lavorare come braccianti salariati nelle piantagioni, vi erano rimasti tutta la vita. non è frequente che agli anziani ivo, alfredo, jesus maria sia chiesto di narrare la propria vita di viaggio: su quali navi, su quali mari, da quali porti. gli anziani contratados, che oggi non lavorano più, sono sempre un po' disprezzati, in quanto ex braccianti al servizio dei bianchi e in quanto mestizos, dai «filhos da terra», i discendenti degli schiavi che si considerano ormai nativi e aborrono il lavoro nelle piantagioni, il «trabalho escravo».

le esperienze di mobilità delle comunità «subalterne»: ne sappiamo poco, o no? pure mobilità e curiosità non sono appannaggio di un particolare gruppo o comunità, privilegi associati a disponibilità finanziarie o altro. va un po' così, trovo: se si è egemoni si è poco curiosi della curiosità altrui - più semplicemente non la si incontra, non la si conosce. si sottovaluta l'importanza di quel semplice gesto di riconoscimento e ospitalità reciproci che è, dalla notte dei tempi, lo scambio di narrazioni. with plenty of humour.

From: gea casolaro
To: bernardo giorgi , Michele Dantini
Subject: Re: story-telling. poetiche e politiche.
Date: Sun, 5 Dec 2004 11:03:18

Quando parlavo del privilegio del poter scegliere di viaggiare, non volevo assolutamente dire che per questo dobbiamo smettere di farlo, anzi. Era semplicemente un sottolineare l'importanza dell'essere coscienti di quello che si fa, che dovrebbe essere naturalmente parte della pratica artistica, ma che non è, però, così scontato, come rilevava Michele parlando ad esempio di certi approcci al lavoro site specific del tutto auto-referenziali.
Anche studiare, votare, avere diritti sociali, sono dei privilegi che abbiamo grazie a delle persone che prima di noi hanno combattuto, a volte morendo per questo, e che noi diamo troppo per scontati: penso che sia necessario continuare ad avere la coscienza di questo per non perderli mai di vista e mantenerli ben saldi.
Penso, comunque, che essere coscienti di questo privilegio che è il nostro viaggiare con coscienza (la differenza tra viaggiatori e turisti di cui parla Paul Bowles) ci può essere sicuramente d'appoggio nei momenti di sconforto o smarrimento d'identità di cui parlavamo all'inizio.

Per chiudere questo nostro scambio, se siete d'accordo, userei uno di questi due brani tratti da "I mandarini" di Simone de Beauvoir: scegliete voi.

(?) ho sempre meno voglia di girare il mondo. A che serve? - sorrise - Ti aspetterò: aspettare quando si è al sicuro, non è noioso.
Henri ebbe voglia di ridere: A che serve? Che domanda! Lisbona. Porto. Cintra. Coimbra. Che bei nomi. E non aveva neanche bisogno di pronunciarli per sentire la gioia salirgli nel petto. Gli bastava dirsi: Non sarò più qui; sarò altrove. Altrove: è una parola ancora più bella del più bello dei nomi.

(?) c'erano tante cose da risolvere. Quali? Beh, non lo sapeva chiaramente, ma una volta laggiù, camminando per i vicoletti profumati d'olio, avrebbe potuto fare il punto della situazione. Di nuovo ebbe un tuffo al cuore: il cielo sarà blu, i panni saranno stesi alle finestre. Lui camminerà, le mani in tasca, un turista accanto a gente che non parlerà la sua lingua e le cui preoccupazioni non lo riguarderanno. Si lascerà vivere, si sentirà vivo: questo sarà sufficiente perché tutto divenga chiaro.

From: Bernardo Giorgi
To: GEA CASOLARO , Michele Dantini
Subject: ..................... ................................. ........................................... .........................
Date: Mon, 4 Jan 2005 14:09:15 +0100

cara gea, caro michele,

raccolgo due punti importanti dalla vostra conversazione.

ecco, il primo: il rapporto tra "sé e geografia", che ho trovato in tutti i nostri interventi, mi sembra una elemento importante.
il secondo è il problema della responsabilità, su cui ritorno più avanti.
vorrei spendere due parole su quella prospettiva non solo poetica-politica ma di "biologia degli spostamenti" legata agli impulsi primari che ci portano a muoverci a spostarci. di questo avete entrambi parlato, ma a mio parere da punti di vista diversi, non necessariamente contrapposti.
"siamo geografia" riassume la relazione stretta tra l'impulso primario all'esplorazione - che diventa migrazione nelle popolazioni- e l'ambiente naturale, in cui si determinano quelle condizioni di emergenza-vulnerabilità che, come dice michele, ha creato qualche equivoco tra voi.
i banchi di prova in cui ci poniamo per creare condizioni di "vulnerabilità-emergenza" per quanto controllate non credo siano diversi da quelle condizioni naturali che hanno portato agli spostamenti delle popolazioni, alle origini della civilizzazione. e oggi alle migrazioni altre, subalterne, stagionali, dettate dal bisogno (e qui il punto giustamente, come avete fatto notare, verte su problemi di responsabilità sociale).
quello che voglio dire è che siamo fatti di codici, le nostre immagini sono codici: su questo aspetto penso al mio lavoro alla galleria neon a bologna lo scorso gennaio 2004, dove i conigli erano rappresentati dai codici delle sequenze dei loro comportamenti; e l'immagine dell'evoluzione-la mappa di pangea, costruita da codici.

gea si riferisce ad un "meccanismo di protezione della nostra identità", per cui conoscere è in realtà ri-conoscere, in una spirale del partire per tornare a se stessi.
mi chiedo se il mantenere l'identità - personale, sociale, culturale, cioè il proprio codice - non sia la condizione dell'esplorazione di ambienti/mondi diversi.
ma sempre Gea, nella prima lettera, tocca con delicatezza il tema dell'immagine "costruita" dei luoghi, direi "condizionata", di cui dobbiamo liberarci per conoscere e scoprire. più avanti michele, rispetto all'attenzione, accenna al ritiro di interesse, individuale e collettivo: forse anche quello determinato dal condizionamento, dalla ripetitività, dall'oppressione sociale, una sorta di appannamento dei sensi?
un tema difficile, a cui però non si può sfuggire.

secondo clifford: "la vecchia topografia ed esperienza di viaggio sono esplose. Non è più possibile lasciare il proprio tetto fiduciosi di trovare qualcosa di radicalmente nuovo, un tempo ed uno spazio altri. La differenza la si incontra nella più contigua prossimità, il familiare affiora agli estremi della terra".
questo per introdurre il tema della responsabilità, la possibilità di rendersi utili, come dice michele.
le nostre posizioni rischiano di autoescludersi da una dimensione sociale, quella dei tempi in cui la "cultura" aveva una funzione pubblica, che oggi viene a mancare. non a caso le lance si affilano sugli "aspetti di responsabilità" come li chiama michele.
in un testo che leggevo in questi giorni, michelangelo pistoletto ricordava come la politica l'economia la produzione sono tutti elementi creativi, elementi di responsabilità, così come lo è l'elemento artistico. ecco, per quanto mi riguarda, c'è una parte del mio lavoro che volge l'attenzione sulle strategie per trovare finanziamenti (non parlo quindi di strategie poetiche) e metodi per sfuggire alle logiche temporali di produzione. mi spiego meglio: oggi credo sia importante mettere a punto "mostre itineranti" (come le chiama hans ulrich obrist), progetti in progress (cities on the move o utopia station) che si trasformano nel tempo anche per effetti di contiguità con persone ed ambienti, seguendo processi di crescita tipicamente "biologici".
in modo simile alle nostre collaborazioni-alleanze, come le chiama Michele, compreso questo nostro dialogo per aperture.

"consapevolezza e rigore", che approvo come elementi di importanza quasi epocale, li si trovano sotto il frigorifero. sono quelli i luoghi dei "coni d'ombra", della coda dell'occhio che sta per vedere un magritte rovesciato o una frase boettiana che "crea inversione" e dispone come poter sfuggire alla fissità (alighiero e boetti --- non parto e non resto. perche' non so dove sono: aforismi i cui termini sono intercambiabili e sempre rovesciabili).
ecco quello che intendevo dire quando parlavo di impossibilità di fissare l'immagine, il segno (perché è sua natura fuggire, o meglio ripartire), direi fortunatamente; altrimenti per quanto importanti per i processi di consapevolezza, le politiche distruggerebbero le poetiche.

vorrei concludere come sono partito, con calvino e il signor palomar che "vede i fatti minimi della vita quotidiana in una prospettiva cosmica". la storia di palomar si può riassumere in due frasi:
"un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo passo, la saggezza. non è ancora arrivato".
quindi avanti tutta