Spazio Oberdan
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Pop lives! Andy Warhol
dal 8/1/2009 al 16/1/2009
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Segnalato da

Cineteca Italiana



approfondimenti

Andy Warhol
Sergio Fant



 
calendario eventi  :: 




8/1/2009

Pop lives! Andy Warhol

Spazio Oberdan, Milano

Le superstar e la Factory. Un progetto di Biografilm Festival a cura di Sergio Fant. Una raccolta di film per raccontare la Factory come una inquieta e parecchio disfunzionale famiglia allargata, un esperimento artistico, umano e sociale tuttora unico.


comunicato stampa

Un progetto di Biografilm Festival a cura di Sergio Fant

Ci sono momenti e luoghi in cui finiscono per incrociarsi e innescarsi l’un l’altra le vicende personali più affascinanti, con risultati talvolta sublimi, altre volte devastanti: alla Factory, il quartier generale newyorkese di Andy Warhol e della sua posse negli anni ‘60, sono successe entrambe le cose. Qualcuno ne è uscito più o meno bene, con una riserva infinita di aneddoti memorabili, altri ci si sono smarriti, i meno sfortunati lasciando almeno qualche traccia nell’opera di Warhol.

Negli ultimi anni complici forse la noia, il conformismo e la virtualità che dominano i nostri tempi, c’è stato un forte ritorno di interesse per quel periodo decisivo per la società e la cultura occidentale che sono stati gli anni ‘60, e tra le mille storie che avrebbe da raccontare quel decennio in cui tutto sembrava possibile (persino andare sulla Luna, figuriamoci fare qualche rivoluzione) alcuni registi hanno scelto i soggetti dei loro documentari biografici tra le figure di artisti, muse, viveur e scioperati che si contavano numerosi alla Factory e nel variegato entourage warholiano. Per la scorsa edizione del Biografilm Festival di Bologna, e in questa occasione riproposta dalla Cineteca Italiana di Milano,

ci è sembrato dunque interessante riunire questi film per raccontare la Factory come una inquieta e parecchio disfunzionale famiglia allargata, un esperimento artistico, umano e sociale tuttora unico, in fin dei conti forse la creazione più radicale e visionaria dell’intera opera di Warhol. La Factory insomma come performance collettiva finita fuori controllo, che si nutre di visioni artistiche e cultura di massa, ambizioni e fragilità, sesso, celebrità, anfetamine e delle vite stesse dei co-protagonisti della scena.

Che siano poi dei film a raccontare quelle storie e quel momento ha particolarmente senso, dato che è proprio nel cinema di Warhol (a detta di alcuni l’ambito in cui creò alcuni dei suoi lavori più significativi, molto più che nella scultura, nella pittura o nella grafica) che il demi-monde della Factory diventò protagonista assoluto, dai più minimali Screen Tests (cine-ritratti a camera fissa delle personalità più o meno note che transitavano dal loft argentato) ai film più articolati che seguirono (Chelsea Girls per citare solo il più noto). Più in concreto, diciamo pure che gli autori di questi documentari hanno potuto attingere a un archivio lussureggiante di immagini e filmati d’epoca, gioia di ogni montatore, oltre che di ogni spettatore curioso.

Per parare in anticipo contestazioni sull’assenza dei film originali di Warhol, presenti appunto solo come materiale d’archivio nei documentari che proponiamo, ricordiamo che questa rassegna è stata pensata per essere diversa da un programma monografico su o di Warhol, e per raccontare piuttosto la Factory da un punto di vista contemporaneo e attraverso le biografie meno note di quelli che, tra i suoi frequentatori, per vie e meriti diversi hanno avuto la fortuna di

ritrovarsi tutto un film loro dedicato. Ma per non dimenticarci del tutto cosa davvero si combinava dalle parti della 47a Strada a Midtown Manhattan tra il ‘63 e il ‘69 (quando il tentativo di omicidio di Warhol da parte di Valerie Solanas mette fine ad un’epoca), per respirare un po’ dell’aria del tempo, abbiamo voluto accompagnare i documentari che compongono l’ossatura del programma con alcuni film sperimentali girati alla Factory e dintorni, da maestri del cinema undergound, oltre che loro stessi habitué del covo warholiano, come Jonas Mekas e Marie Menken.

Per finire, consigliamo caldamente e disinteressatamente la visione di più di un solo documentario della rassegna: basteranno anche un paio per ritrovare gli stessi personaggi da un film all’altro, prima semplici testimoni poi magari protagonisti, oppure solo comparse, e scoprirsi così a riconoscere volti, confrontare versioni dei fatti, rivedere le stesse immagini d’archivio scoprendo dettagli diversi, trovarsi insomma a giocare da spettatori la partita dei ricordi e delle amnesie insieme ai soggetti dei film.

È grazie a questo senso di strana familiarità con i trionfi e le sventure dei protagonisti di questi documentari e del periodo
d’oro della Factory, che contiamo maturerà negli spettatori più fedeli, che sarà possibile alla fine godersi il dubbio se rimpiangere tutto quello che ci siamo persi, o se, pensando piuttosto a quelli che dalla macchina spietata della Factory sono stati stritolati, sia meglio accontentarci della sensazione di essere i discendenti lontani di una dinastia decaduta.
Sergio Fanti

Do. 11 gen. (h 16.45)
Andy Warhol: a Documentary Film 1. Parte
Do. 11 gen. (h 19)
Andy Warhol: a Documentary Film 2. Parte
R.: Ric Burns. 2006, 240’, v.o. sott. ital. Copia e diritti: Steeplechase Films, Inc., New York.
Definitivo film fiume su Warhol, la sua ambigua figura pubblica e privata e il suo contributo alla cultura americana, che si spinge oltre la sua enigmatica maschera e i cliché ai quali la complessità del suo lavoro è finita spesso per essere ridotta. Realizzato per la serie “American Masters” della tv pubblica statunitense da uno dei maestri del documentario biografico, il film è narrato da Laurie Anderson e presenta, grazie alla collaborazione con gli archivi dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, straordinari materiali fotografici e filmati inediti. La prima parte è dedicata all’infanzia di Warhol in quel di Pittsburgh, gli studi e gli inizi nel mondo dell’illustrazione. La seconda al successo artistico newyorkese e alla scena creativa (e umana) che si raccolse intorno a “Drella” e la Factory.
Con il biglietto delle 16.45 si può assistere anche alla seconda parte del film, proiettata dopo una pausa di circa 15’.

Ve. 9 gen. (h 21)
Me. 14 gen. (h 17)
A Walk into the Sea: Danny Williams and the Warhol Factory
R.: Esther B. Robinson. USA, 2007, 75’, v.o. sott. ital. Copia e diritti: Arthouse Films, New York.
Oggi dimenticato, Williams era stato non solo uno degli amanti di Warhol, forse tra i pochi che lo conobbero a fondo, ma anche un promettente montatore e regista di film sperimentali, oltre che il mago delle luci dei “light show” della Factory. La scoperta di alcune bobine di pellicola datate metà anni ‘60 è il punto di partenza di questo toccante e acclamato documentario realizzato dalla nipote per far luce sulla misteriosa scomparsa di Williams, avvenuta nel 1966. Ed è forse perché dopo quattro decenni vengono messi di fronte a un lutto troppo in fretta rimosso, nella frenesia del trip collettivo warholiano, e perché a farlo è la Robinson, in un certo senso a nome della famiglia di Williams, che i testimoni intervistati (tra cui Brigid Berlin, John Cale, Gerard Malanga, Paul Morrissey, Billy Name) riescono a condividere quel che resta dei loro ricordi più intimi, dolorosi e controversi della Factory.
Prima della proiezione di venerdì 9 gennaio, Sergio Fant sarà presente in sala per introdurre la rassegna.

Ve. 16 gen. (h 19)
Sa. 17 gen. (h 21.30)
Ciao! Manhattan
R.: John Palmer, David Weisman. USA, 1972, 87’, v.o. sott. ital. Copia: Carlotta Films, Paris. Diritti: David Weisman.
Film per cui l’inflazionata definizione “cult movie” è spesa a proposito, Ciao! Manhattan è un eccezionale documento della fine del sogno degli anni ’60 e della fase comunitaria della Factory, realizzato mettendo in scena, tra materiali d’archivio e ricostruzioni fiction, la biografia psichedelica della sua più fragile musa: Edie Sedgwick. I materiali in bianco e nero sono quel che resta di un film fanta-spionistico mai completato, girato dai warholiani Genevieve Charbin and Chuck Wein tra il ‘67 e il ‘68, che vedeva protagoniste altre superstar come Paul America, Baby Jane Holzer, Viva e Brigid Berlin. Poi Edie scompare da New York e la produzione si arresta. Palmer e Weisman la ritrovano solo nel 1970, fuggita sulla costa opposta degli Stati Uniti, e improvvisano con quel che resta della “Girl of the Year 1965” la seconda metà del film, la cui improbabile cornice narrativa finisce per esaltare il doloroso valore documentario delle immagini, ora a colori: i lividi, il trucco sfatto, lo sguardo perso, il corpo esausto ma ancora splendido di Edie, che morirà tre mesi dopo la fine delle riprese.

Sa. 10 gen. (h 17)
Me. 14 gen. (h 21.30)
Jack Smith and the Destruction of Atlantis
R.: Mary Jordan. USA, 2006, 96’, v.o. sott. ital. Copia e diritti: Tongue Press, New York.
Artista geniale, filmmaker, fotografo e performer, Jack Smithè tra i pionieri e gli interpreti più radicali della cultura alternativa americana, e forse la prima vittima di Warhol, noto“vampiro” di spunti e ispirazioni, che venne profondamente influenzato dai suoi film e da lui riprese l’idea stessa di un pantheon di superstar underground. Il rapporto tra i due fu tenue e conflittuale ma decisivo soprattutto per Warhol agli inizi della sua carriera, mentre Smith non perdonerà mai il lato commerciale di Andy, che presto prese il sopravvento facendo cadere ogni alibi concettuale: due biografie creative emblematiche del rapporto difficile e potenzialmente schizoide tra la libertà espressiva e il complesso delle convenzioni sociali. Mary Jordan disegna un ritratto in profondità che va oltre lo scandalo del celeberrimo Flaming Creatures, mette al centro l’eroica e irrefrenabile energia creativa di Smith, per riscoprire l’eredità di un artista che allora come oggi paga la scelta di un’estromissione volontaria da qualsiasi forma di mercificazione. Con numerosi e corposi estratti dagli ormai pressoché invisibili (per complesse questioni ereditarie) film di Smith, in tutto lo splendore barocco e visionario che rende unico il suo cinema: per chi non lo conosca bastano quelli a rendere obbligatoria la visione del film.

Sa. 10 gen. (h 21.30)
Gio. 15 gen. (h 19)
Pie in the Sky: the Brigid Berlin Story R.: Vincent Fremont, Shelly Dunn Fremont. USA, 2000, 75’, v.o. sott. ital. Copia e diritti: Vincent Fremont Enterprises, Inc., New York.
Da erede di una delle famiglie più in vista dell’economica americana, a junkie bulimica di casa alla Factory, la biografia di Brigid Berlin riassume la rottura tra abitudini middle class del dopoguerra e rivoluzioni sociali, artistiche e chimiche anni‘60. Divoratrice di torte e anfetamine, artista a modo suo, ispiratrice di alcune delle migliori intuizioni di Warhol, maniacale fotografa e collezionista di registrazioni telefoniche (tutte da riascoltare nel film), Brigid “Polk” è una delle poche sopravvissute di quell’epoca…

Ve. 9 gen. (h 19)
Superstar in a Housedress
R.: Craig Highberger. USA, 2003, 95’, v.o. sott. ital. Copia e diritti: Highberger Media, Inc.
«Jackie Curtis non è una drag queen. Jackie è un’artista, un pioniere senza frontiera». (A. Warhol) La biografia “underground- glam”, dal tragico finale, di una delle stelle più fulgide che abbiano attraversato la Factory: il performer, poeta e commediografo Jackie Curtis, che visse e si esibì talvolta come uomo, più spesso come donna, ispirato dai suoi idoli Joan Crawford e James Dean. A ricordarla altri habitué della Factory come Penny Arcade, Joe Dallesandro, Taylor Mead, Paul Morrissey e Holly Woodlawn, accompagnati da straordinarie e nebbiose registrazioni video d’epoca delle irresistibili performance di Curtis.

CORTOMETRAGGI

Me. 14 gen.
(prima di Jack Smith and the Destruction Of Atlantis)
Andy Warhol
R.: Marie Menken. USA, 1965, 22’. Copia e diritti: Light Cone, Paris.
Una lunga giornata di Warhol riassunta in pochi minuti filmati da una protagonista del cinema underground al femminile e animatrice della scena culturale alternativa newyorkese anni ‘60, oltre che habitué della Factory.

Ve. 9 gen.
(prima di Superstar in a Housedress)
Award Presentation to Andy Warhol
R.: Jonas Mekas. USA, 1964, 12’. Copia e diritti: Light Cone, Paris.
Nel 1964 la rivista Film Culture scelse Warhol per il suo riconoscimento annuale, il quale però rifiutò di andare a ritirarlo pubblicamente. Mekas decise allora di visitare Warhol alla Factory con un premio improvvisato: un cesto di frutta e verdura.

Sa. 17 gen. (prima di Ciao! Manhattan)
Exploding Plastic Inevitable
R.: Ronald Nameth. USA, 1966, 12’. Copia e diritti: Ronald Nameth, Stockholm.
Exploding Plastic Inevitable era il titolo di una serie di trascinanti eventi multimediali organizzati da Warhol tra il ‘66 e il‘67, con la colonna sonora live dei Velvet Underground e le danze scatenate di sodali e collaboratori come Gerard Malanga, Mary Woronov e Ingrid Superstar, il tutto immerso nelle proiezioni su schermi multipli dei suoi film. Nameth riprese una settimana di performance in quel di Chicago nel 1966, montando il tutto con ritmo febbrile, in un breve film che è il miglior documento dell’energia sfrenata di quegli happening.

Ve. 9 gen. (prima di A Walk into the Sea)
Factory, October 14-25, 1965
R.: Danny Williams. USA, 1965, 22’. Copia e diritti: The Danny Williams Estate.
Undici giorni della vita quotidiana del leggendario studio argentato di East 47th Street, in cui appaiono Warhol, Brigid Berlin, il fotografo Billy Name, Gerard Malanga, Chuck Wein, Ondine e altri “abitanti” della Factory.

Sa. 10 gen.
(prima di Pie in the Sky: the Brigid Berlin Story)
Scenes from the Life of Andy Warhol:“Friendships and Intersections”
R.: Jonas Mekas. USA, 1963-90, 37’. Copia e diritti: Light Cone, Paris.
Una biografia poetica di Warhol composta da frammenti filmati e montati da Mekas, leggendario protagonista e cinediarista della scena culturale underground newyorkese, nel corso di quasi trent’anni. Il film coglie Warhol nella vita quotidiana e al lavoro, insieme allo spirito di tre decenni molto diversi tra loro. Con uno straordinario cast di co-protagonisti che include Allen Ginsberg, George Maciunas, John Lennon, Yoko Ono, Caroline Kennedy e i Velvet Underground al loro primo live.

Spazio Oberdan
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