Associazione Juliet
Trieste
via Madonna del Mare 6
040 313425

Paola Pezzi
dal 10/4/2002 al 31/5/2002

Segnalato da

Angelo Bianco



approfondimenti

Paola Pezzi
Roberto Vidali



 
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10/4/2002

Paola Pezzi

Associazione Juliet, Trieste

I lavori che vengono proposti da Juliet -su tela, su carta e in sculture multimateriche- ruotano attorno al tema dello sguardo obliquo del cuore. Visione e desiderio sono termini costanti in queste opere, e l'entusiasmo del desiderio regala l'emozione come fattore inaspettato e fiabesco.


comunicato stampa

Il nichilismo coinvolge in un abbraccio a tenaglia sia il modo di vivere (i vestiti che abitualmente indossiamo, l'umore che si stampiglia sul volto a seguito di una parola forte quanto uno schiaffo, i cibi che si assumono per sciocca abitudine dietetica, le azioni che ci rifiutiamo di compiere per radicata indolenza) sia la sua rappresentazione (i modi e le forme che lo esprimono, la possibilità o l'impossibilità di raccontarlo). Questo filo rosso unisce Nietzsche e Musil, Munch e Dostoevskj, Walter Dahn e Paul Housley: ha un passato, ha un presente e, ovviamente, avrà anche un futuro. La sfida fin qui compiuta consisteva nel tentativo di individuare i dettagli di questo malessere poliedrico e di metterli insieme, cercando di cavarne fuori il senso generale del discorso.

Ma il mondo (per nostra fortuna!) non è sempre e solo l'immagine riflessa della sua angosciosa e pulsante esistenza, non è solo sommatoria di sconfitte e di progetti fallimentari e incompiuti, talvolta diviene anche un cenno gentile o un sorriso gratuito. Bene, questa premessa ci serve per dire che il lavoro di Paola Pezzi (che verrà presentato a Trieste, nello spazio Juliet di via Madonna del Mare 6, II piano) è lontano mille miglia da queste (e consimili) esperienze di dissoluzione, disfacimento, afasia, neurotismo, paralisi, depressione, psicoparalogismi che all'opposto tanto sembrano compiacere la critica contemporanea, per collocarsi, invece, su un piano di solarità e di esuberanza organica.

Come dire: "lungi da me questo abisso di infondatezza in cui ogni unità della persona si perde" (C.Magris). Altre sono infatti le parole sussurrate dall'autrice: "Recupero i miei gesti pittorici e le tele. Metto insieme con i chiodi assi trovate già storte e ci monto questi stracci dipinti e lavati. Ne escono rimasugli di paesaggi antichi. Dalle guglie del Duomo, Milano è magica: immersa in una luce fredda e tersa, invernale, che si riflette sui pinnacoli bianchi. Tutti questi concitati visitatori giapponesi stridono in questo luogo sopraelevato. Srotolo sedici metri di tela e mi armo di colori. Dipingerò la città a trecentosessanta gradi. Ogni giorno è una scoperta e mi sento bene!" La crisi, la sofferenza, il malessere dell'anima, per Paola, stanno in un altro mondo e comunque al di fuori della porta del suo studio, dato che al dono dell'ebbrezza non è più chiesto uno sguardo vasto quanto gli orizzonti di un mondo globalizzato. Insomma, "l'uomo" potrà anche essere senza qualità (cioè disutile all'ordine costituito), come si diceva qualche decennio addietro, eppure sarà sempre funzionale a sé stesso e a una piccola cerchia di adepti che lo segue e lo venera.

Quindi, ciò che conta non è il dominio del grande stile o l'astrazione da grandi orizzonti, non sono importanti i grandi sistemi o le ipercomplesse GTU, quanto il fluire del sensibile nei piccoli segni personali, all'interno di appunti diaristici e finanche intimi, spogliando il corpo di qualsiasi vestito o ingombro visivo. In questo modo la nudità di un reale plurale emerge nella sua inesauribile frammentarietà in segni, gesti, colori, materiali. Il tutto, senza ansia, senza crisi di rigetto, senza affannosa ricerca, riaffermando invece la propria compiutezza di essere umano e la propria profondità caratteriale di artista anche nella più piccola testimonianza.

I lavori che vengono proposti da Juliet -su tela, su carta e in sculture multimateriche- ruotano attorno al tema dello sguardo obliquo del cuore. Tuttavia, se nell'iconografia occidentale il cuore è sinonimo di centralità oltre che di forma che contiene l'energia (come la magica coppa del Graal, del famoso ciclo arturiano), in queste opere l'accento si sposta e la messa a fuoco dilata la volitività creativa dell'immagine, per condurre verso il lato rabdomantico dello sguardo. Questa eccentricità permette, ancora una volta, di vivere il momento dell'arte come luogo privilegiato, privo di limiti o di ingannevoli gerarchie. Così, visione e desiderio sono termini costanti in queste opere, e l'entusiasmo del desiderio regala l'emozione come fattore inaspettato e fiabesco: un colore fuoriesce là dove non è prevedibile, un segno se ne scappa veloce prima di farsi catalogare.

Infatti la bellezza non è mai dove si crede: per sua natura è sfuggente, è al di fuori della razionalità: può essere qui e altrove, può albergare dentro di noi o al di fuori; un po' come la vita nella poetica di Rimbaud che non poteva mai stare nello stesso posto. La precarietà materiale delle opere, e la loro asimmetria, la delicatezza fingente delle superfici, dimostrano come il rapporto tra idea e pensiero, cuore pulsante e cultura, non sia facile; ma tenendone conto si può toccare quel sesto senso che dà ragionevole sicurezza all'azione creativa.

Nella foto: 'Studio con cane e tappeto con pesci .cm 180x150.

La mostra, curata da Roberto Vidali, si inaugurerà giovedì 11 aprile, alle ore 18, per proseguire poi fino alla fine di maggio.

Orario di visita ogni martedì dalle ore 18 alle 21, oppure su appuntamento, telefonando al n. 040-313425.

Spazio Juliet via Madonna del Mare 6, II piano Trieste

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