Palazzo Re Enzo
Bologna
piazza del Nettuno
051 269267 FAX 051 2960748

Giovanni Bellavia
dal 23/9/2010 al 25/9/2010
ven 10.30-19, Sabato e domenica ore 10-19

Segnalato da

Giovanni Bellavia




 
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23/9/2010

Giovanni Bellavia

Palazzo Re Enzo, Bologna

In questo progetto Bellavia ha scelto una serie di film in b/n degli anni Sessanta e ne ha estratto un frame su cui lavorare: cosi' e' nato Cinemi.


comunicato stampa

a cura di Marco Antonio Bazzocchi

Nella fotografia – spiega Roland Barthes - qualcosa ha posato davanti all’obbiettivo, qualcosa si è fermato a lungo per essere catturato, nel cinema invece qualcosa passa e fugge davanti a noi: anche se all’origine c’è un oggetto o un corpo reale, noi dobbiamo poi inseguirlo per fare in modo che il nostro occhio possa, fotogramma per fotogramma, ricostruire il senso del passaggio.

Ma cosa succede se il cinema si ferma? Se la pellicola cioè si blocca e mette a nudo il singolo fotogramma? L’ipotesi che sta alla base del lavoro di Giovanni Bellavia è questa: far regredire il film allo statuto di singola immagine, e poi dare alla singola immagine una nuova vita attraverso montaggi modulari, specularità e virate di colore. L’immagine così diventa traccia: un volto è passato, è rimasto impigliato nella pellicola, e ora l’operazione di montaggio e il colore lo ripescano e ne fanno un nuovo segno da interrogare. Non si tratta più di inseguire un movimento, ma di scavare nell’immagine e leggerla, farla diventare un vero corpo testuale.

In questo progetto Bellavia ha scelto una serie di film in b/n degli anni sessanta e ne ha estratto un frame su cui poi lavorare. Ne è nato “Cinèmi”, per il quale abbiamo usato il termine con cui Pasolini voleva definire l’unità minima di significato tipica del film: non il singolo fotogramma, ma una stringa di immagini da considerare la base della grammatica cinematografica. Nello svolgimento del progetto hanno acquistato importanza sempre crescente alcune figure femminili, colte nel momento in cui all’interno dei singoli film di volta in volta assumevano un ruolo centrale in rapporto alla costruzione dell’immagine (senza puntare troppo sull’importanza scenica dei volti delle singole attrici, che avrebbe spinto in una direzione esplicitamente e inutilmente “pop”).

Ogni cinèma di questa esposizione dunque corrisponde a un volto della storia del cinema: l’Annie Girardot di Rocco e i suoi fratelli, la Sandra Milo di 8 e1/2, la Bergman di Europa 51, la Sandrelli di Io la conoscevo bene, la Loren della Ciociara ecc. ecc. Questi volti però non sono più il centro dell’inquadratura: il loro senso, la loro pienezza visiva sono stati spostati in un’altra direzione, quasi svuotati dell’intensità che avevano all’origine. Lavorando sui singoli frames, Bellavia ne ha ricavato delle stringhe di significato fondate sulla ripetizione, la simmetria, la modularità, il rispecchiamento (si veda l’effetto magico della benda sugli occhi di Maria Schell nel fotogramma ricavato da Le notti bianche di Visconti). Queste figure femminili, intrappolate per sempre nelle inquadrature di capolavori che le rendono eterne, sembrano poter vivere ora, indipendentemente dalla storia per la quale hanno recitato, come figure fuori dal tempo e dal racconto: il volto gelido della Bergman che si volta da una finestra ha la fissità della paura che consegue a una scoperta indicibile, la Sandrelli che pulisce un vetro incarna la concentrazione umile nel lavoro domestico, la Milo che si specchia è la vanità, la Loren rapita via da una macchina di ferro fantascientifica concentra in sé la spavalderia e il coraggio della femminilità, la Girardot abbandonata sulla sedia a sdraio i turbamenti e le ansie dell’attesa materna.

A incorniciare il percorso troviamo ora due donne lettrici: Monica Vitti nella Notte di Antonioni legge accovacciata al bordo di una scala (e poi si moltiplica in altri due doppi di sé, chiusi nella lettura, con la schiena rivolta a noi) e Paola Pitagora, nei Pugni in tasca di Marco Bellocchio, scruta un misterioso monitor-specchio da cui affiorano caratteri di un alfabeto magico. Come la pellicola trattiene tracce e segni, anche il libro è diventato un contenitore di memorie: il libro di carta e il libro del futuro, il libro della tradizione e quello dell’innovazione, il libro strumento di concentrazione e di interrogazione ansiosa, il libro che assorbe, il libro che emana…

Un’operazione finemente intellettuale ha riattivato valori visivi in pezzetti minimi di pellicola, attraverso un gioco di simmetrie e di equilibri formali che fanno di ogni cinèma un’opera a sé. Bellavia ha ridato vita a frammenti di cinema e di memoria. Ognuno di noi riconosce nei suoi lavori le scene di un album di famiglia composto negli anni centrali della cultura italiana. Ognuno può leggervi il passato, o usarli come specchi per catturare un barlume del futuro.
Marco A. Bazzocchi

Giovanni Bellavia vive e lavora a Bologna. E' laureato in Filosofia all'Università di Sassari e all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Utilizza prodotti, tecniche e dinamiche della comunicazione di massa - pubblicità, fotografie, cinema e videoclip - e li rielabora esteticamente, talvolta attraverso l'ironia e la provocazione. Passa dalla pittura digitale al disegno su materiali naturali, dalla videoarte alla performance e all'happening, non rinunciando a nessuna tecnica o strumento funzionale al suo progetto artistico. Lavora in autonomia o con il collettivo The Dummies, di cui e' co-fondatore e direttore artistico.

Inaugurazione: venerdì 24 settembre ore 10.30

Palazzo Re Enzo
piazza Nettuno - Bologna
Venerdì ore 10.30-19.00
Sabato e domenica ore 10.00-19.00
Ingresso libero

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