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Nando Granito
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Nando Granito



 
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18/4/2003

Nando Granito

G28 gallery, Cagliari

Il nero/verde dell'invidia. Nando Granito agisce in quella particolare zona di passaggio nella quale il quotidiano e le sue ''cose'' divengono eventi; cioè si dispongono alla trasformazione, una sorta di decantazione che ne rende evidente la loro essenza e le fa divenire partecipi della sostanza dell'uomo, elemento di cielo e di terra, mettendo in evidenza il loro stato originario che è forma, ma anche purezza e pensiero.


comunicato stampa

''il nero/verde dell'invidia''

[........ Le porte dell'oltre.
Nando Granito agisce in quella particolare zona di passaggio nella quale il quotidiano e le sue ''cose'' divengono eventi; cioè si dispongono alla trasformazione, una sorta di decantazione che ne rende evidente la loro essenza e le fa divenire partecipi della sostanza dell'uomo, elemento di cielo e di terra, mettendo in evidenza il loro stato originario che è forma, ma anche purezza e pensiero.

L' artista è infatti colui che trasforma le cose in apparizioni, mettendo in atto meccanismi di straniamento attraverso i quali la ''cosa'' rivela un altro da sé, una sua immagine altra che è vicina alla sua ''verità''.

L'artista fa in modo che le cose escano fuori dalla esperienza quotidiana che ne abbiamo e diventino per noi apparizioni inattese, misteriose rivelazioni che stupiscono, attraggono e coinvolgono.
Duchamp dice che l' artista costruisce visioni e le visioni non sono altro che immagini di desiderio verso le quali tende la conoscenza, immagini di mistero in ogni caso, imprendibili, icone mistiche all'interno delle quali è possibile cogliere quella misteriosa e imperturbabile che ne fa oggetti metafisici senza tempo. Forse al di là del tempo, per un rapporto che non finisce mai di generare meraviglia e che alimenta perennemente un desiderio che spinge e permette di andare oltre la cosa, oltre l'immagine.

E' proprio su questo piano che Nando Granito allestisce le sue icone minimali, i suoi percorsi di visione.

Le sue opere, infatti, non sono che icone all'interno delle quali avviene un traslato. La natura, il legno, la corda, le pietre, il piombo, l'ottone, l'oro, non solo finiscono per appartenere all'estetica del comporre, divenendo elementi di un linguaggio che li sistema nel discorso dell'arte, ma, nell'assumere quell'imprendibile vaghezza che deve avere l'opera d'arte di cui parla il Vasari, divengono anche immagini mitiche, simboli di una misteriosa alchimia che le colloca in una sacralità di silenzio.

In questa dimensione Granito pratica uno sguardo attento, un ''discorso amoroso'', direbbe Roland Barthes, un magico rapporto di affetto con alcune ''materie'' della sua memoria e di quella cultura che lo lega al territorio della sua vita, quali lo spago che si intreccia in alcuni giochi dell'infanzia, che ri-compone sottolineando geometrie minimali, o tessiture di intrecci che si poggiano come lievi disegni sul legno; la madia nella quale si impastava la farina che ri-compare come un altare, un teatro anche, al cui interno rivive e si rappresenta la storia e il mito; il ramo contorto di ulivo che diviene unicorno ; il legno che diviene l' elemento determinante del suo lavoro, annerito dalle bruciature o accarezzato per la leggerezza e il ritmo delle sue venature; il calco del suo piede che, all'interno della madia, partecipa alla ''allusione'' dell'Oracolo assente della caduta di Podalirio; le morbide aperture, che all'interno dell'icona sembrano porte magiche che suggeriscono uno spazio oltre; la pietra, scolpita o al naturale, inserita come un gioiello, che diviene quasi simbolo, parola sacra, direi, collocata come elemento che impreziosisce la perfetta calibratura e la classicità della composizione; ''le tavole ritrovate'' con la loro vernice verde che si poggiavano sui ''trispi'', quasi omaggio a una tradizione ormai scomparsa; ma anche le colte citazioni riprese dalla pianta basilicale o da disegni di sapore romanico, come il drago della piccola installazione.
Sul piano traslato, la ricerca di Nando Granito supera il livello antropologico, anche se fortemente sentito, e sembra invece lavorare coi silenzi, proprio quei silenzi metafisici che si respirano nelle note cave di pietra di Apricena che è la sua terra.
Quel silenzio che non è assenza di suono, ma è mano che arpeggia corde interiori, quasi litanie che cadenzano il loro uscire fuori dal mondo, dai modi di una realtà dalla quale sono stati raccolti.

Ci accorgiamo allora che le icone di Granito sono sospese in una dimensione metafisica, distante, e che le venature e i colori morbidi del legno, i preziosi riflessi dell'oro e dell'ottone, l'ocra delle corde, il freddo riflesso del piombo, gli sfumati che emergono affiorando caldi dal nero delle bruciature, non solo inseriscono nella tridimensionalità
dell' opera le suggestioni di una raffinata pittura, ma sono utili a creare sottili giochi di ombre, relazioni sottotono che suggeriscono percorsi che l' occhio magari non può raggiungere, ma che si inoltrano quasi nei labirinti di una cattedrale gotica, nei quali possono cogliersi ombre inquiete, ma anche luminescenze e bagliori improvvisi, luci, atmosfere nelle quali può essere possibile attendere ciò che, se si chiama, appare.
Un invito a risvegliare lo sguardo sopito che, al di là della terra, ci fa essere anche elementi di cielo, andando dentro e oltre le cose, e che attiva l' esercizio di un vedere dimenticato.
''Dove credete che siano andati gli unicorni, gli ippogrifi dagli occhi dolci e mansueti, le sirene gentili e aggraziate''', dice il filosofo Ermanno Bencivegna, 'In nessun posto: sono sempre qui. E' solo che non li vediamo....'
Caltanissetta, 07.09.2002 .............]

Tratto dal testo di 'le porte dell'oltre' di Franco Spena .

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