Spazio
Roma
Via Goffredo Mameli, 47/a

A trazione materiale
dal 11/1/2007 al 19/1/2007

Segnalato da

Calamaro Agency




 
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11/1/2007

A trazione materiale

Spazio, Roma

Cinque gli artisti in mostra: Riccardo Aulehla, Benedetta Jacovoni, Marco Fedele di Catrano, Andrea Pochetti e Alexandra Wolframm. Una generazione alle prese con la seduzione del materiale.


comunicato stampa

Collettiva

a cura di Ilari Valbonesi

Sono passati 100 anni da quando nel mondo dell’arte conviviale apparve Les demoiselles d’Avignon. Un quadro d’avanguardia, gia' casa d’appuntamenti informali per inaugurare a mo’ di bordel philosophique le avventure della sintesi. E di crisi figurata. Uno primo slargo insomma, bordura e radura secolare di seduzione materiale. Chair du mond.


Parimenti l’esercizio della percezione, l’essere attratti da qualche cosa, permette infatti di individuare una gradualita' della visione avvertibile in senso specifico che non recide i legami organici del pensare in astratto. Quella linfa ignorata che nutre la trasparenza dell’idea e la ricorrenza sonora dello stile. Analogo il dato oggettivo che si manifesta come processo di risonanza dell’opera. Si assiste cosi' “in diretta" ad un venire alla luce dell’opera mediante un processo di astrazione che risponde di un’impronta materiale del mondo. Astrazione che non puo' che sentirsi dall’interno attraverso la pratica aperta dalla complicita' delle cose.

Riccardo Aluhela cammina per la campagna romana e ritrova, nell’esercizio di vedere e raccogliere i materiali abbandonati che incontra, i riferimenti viventi del linguaggio formale dell’opera. Una raccolta differenziata nel riciclaggio dei significati utilizzati come un cespuglio di sensi figurati per una manualita' che risiede nel contatto silenzioso con le cose. L’attrazione della cavita', il silenzio interiore si conforma solidale con una certa concrezione verbale dell’opera: nidi, bottiglie, collane, fessure. Ne consegue un’astrazione materiale come una vertigine che si costruisce intorno ad un mistero timbrico della natura che assegna all’artista il compito di formare nuovo strumenti di espressione ecosofica.

Benedetta Jacovoni viene attratta dalle prove materiali di colore che si trovano nei pacchetti di sigarette. Il carattere simultaneo dell’impressione originale si riordina attraverso la tecnica dell’incollaggio e con la stampa di vinile su forex. Il movimento timbrico della materia cromatica appare come un vero e proprio decorso percettivo. Una differenza che s’inscrive come sequenza di scene percettive che si unificano nella simultanea apparizione spazio temporali delle prove in successione. Una differenza impiegata dalle mani e dagli occhi che scorrono sulla superficie del colore come variante sonoro e in rapporto ad altri colori. Per un multiplo senza originale e identita' materiale dell’opera dal potenziale metamorfico infinito.

Marco Fedele di Catrano esplora una foresta alla luce del giorno, per poi tornarci di notte e scattare le sue fotografie al buio. Uno scatto depotenziato dal momento dell’inquadratura. Ma il lampo di luce intenso e di brevissima durata fa si' che il punto cieco della visione si appoggi su di un albero, elemento singolare entro una selva di riferimenti, per esplicitare il passaggio temporale della veduta stessa. L’apparizione dell’albero come visione della cosa stessa che emerge da uno sfondo, ha infatti la potenzialita' di imporsi alla sensibilita' e di impressionarla. L’impronta fisica di cio' che e' passato consente di accedere ad una seconda accezione di passivita' che coinvolge esplicitamente lo spettatore in una pura affezione. Evidenza apodittica di un interno fluire dei fenomeni e matrice di astrazione sensibile che avviene come estatica.

Il video “Senza titolo" di Andrea Pochetti registra la diacronia della visione nella simultaneita' della scena come in un sogno. La duplicita' strutturale della vita di coscienza si offre cosi' alla visione come identificazione che avviene a livello di tendenza verso una meta inconscia. La ripetizione involontaria della scena primaria si traduce mediante l’utilizzo intransitivo della macchina da presa nella modalita' della ricorrenza del modulo formale e sonoro. Un’attrazione incantata impersonata da un pupazzo sullo sfondo di un treno in movimento dove il rigore motorio (s) maschera la sua matrice materiale di fondo. Una risonanza inconscia dove la seduzione di fondo dell’immagine che ricorre fa si' che lo spettatore si senta portatore di lacune e la visione metta in scena la pulsione interiore del desiderio, l’unico rigore che siamo destinati a conoscere.

L’installazione “Hingang" di Alexandra Wolframm mette in scena il decorso organico di un giglio. Un senso vivente che in quanto tale fluisce nel tempo, si conserva e si degrada. Il senso oggettuale di “giglio" appartiene ad ogni singola percezione, e ci permette di riconoscere quali aspetti dell'oggetto siano propriamente presenti in ogni fase percettiva, e quali siano implicati per la costituzione di questo stesso senso. Una modificazione del presente originale dove il fiore e' gia' un ricordo che si offre alla visione come “stato presente". E fragile apparizione di finitezza umana.

Spazio
Via G. Mameli, 47/a Roma
Ingresso libero

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dal 11/1/2007 al 19/1/2007

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