Attraversare le contingenze allargando le prospettive

01/06/2011
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In marcia

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La Commedia dell’Arte italiana
Attorno al mito della curatela indipendente e contro la recita dell’essere contro.


di Amerigo Nutolo – Venezia

Ascoltare la conferenza stampa di Vittorio Sgarbi è un’esperienza unica, che nonostante la mia pacata applicazione all’attività curatoriale indipendente tanto sgarbatamente dileggiata, non potevo risparmiarmi.
Forse per quell’interesse imprescindibile che ho maturato per il teatro e le dinamiche pubbliche. Ci meritiamo la Biennale di Sgarbi. Non me ne voglia però se sottolineo che forse Bonami con Italics non ha inteso altro che far vedere qualche anno fa, proprio la ricchezza invisibile della contemporaneità italiana, denunciando lo stesso problema attraverso nomi noti e opere quasi dimenticate, non trattate, non esposte.
Sgarbi oggi fa vedere altri invisibili. Si capirà se sono inguardabili o meno a tempo debito. La polemica sui soldi pubblici o sulla organizzazione appaltata a un’azienda privata è inutile, se fatta a priori, e se non si dimostra la mancanza di corrispondenza con la qualità e il risultato degli eventi.
La realtà triste è che si parla e polemizza sul nulla mentre la condizione più difficile è vissuta dai pochissimi curatori, davvero indipendenti, perché soli, precari, slegati dalle lobbie del settore artistico, formativo e informativo, gente che non cerca di arrampicarsi all’arte per una necessità di visibilità individuale o col desiderio del riconoscimento.
Lavoriamo con amici e non amici, sul territorio e sulle dinamiche pubbliche, senza sostegno, con l’ostacolo di una notevole ignoranza istituzionale e della stessa filiera dell’arte, che vuole apparire e far apparire, non esporre o esporsi, e incapace di accettare o produrre una critica. Nessuno rischia, e la verità triste è che la curatela indipendente è forse davvero morta come diceva Carlos Basualdo – dalle aule di quello IUAV arti visive vergognosamente defunto.
La curatela indipendente è morta come la formazione artistica, come la critica che non deve parlare male dei prodotti e come la gestione della cultura oramai diventata spettacolo auto-esibitivo: senza alcuna cura per la crescita e la valorizzazione continua e seria delle risorse culturali e artistiche, dei luoghi di formazione.
A partire dalla nostra nuova generazione di artisti, lasciata a se stessa, alla logica dei contatti, dell’esibizione continua, del presenzialismo, dei biglietti da visita e delle application per le residenze (quasi tutte all’estero). Tutte cose che opprimono senza naturalezza alcuna il lavoro artistico vero e proprio.
E gli stessi curatori “indipendenti” sono stati i primi a uccidere l’arte: hanno pompato qualcosa che era vuoto perché il mercato aveva bisogno di un’arte gonfiata per capitalizzare nuove risorse, fino a produrre free-press inutili, di approfondimento risibile.
A questo nessuno pensa e si vuole vantare un presente dell’arte contemporanea italiana che tale non è. Come le riprese del Duce stupivano i nazisti con filmati sulla nostra aviazione, facendo passare davanti alla cinepresa, fissa, gli stessi aerei che volteggiavano in cerchio a ripetizione, dando l’impressione di una enorme flotta aerea. In realtà era l’anticamera delle Frecce Tricolori. Lo spettacolo con strumenti di guerra. La violenza di una debole drammatizzazione forzata che nulla dice delle capacità reali e sostituisce lo stupore dell’emozione artistica con l’arte dell’istupidimento. Così pure si deve festeggiare il 150° anniversario della disunità d’Italia, con un progetto che ponendosi polemicamente contro il modo di fare corrente, lo sostiene, in un atteggiamento comunque d’occasione, senza radici, provvisorio, che nulla ha a che fare con la crescita dell’arte italiana, che solo può avanzare nella fragilità del contesto.
I responsabili sono quelli che assecondandola formazione dei miti artistici, hanno voluto il mercato dell’arte che oggi Sgarbi vuole “far deflagrare” (creandone semplicemente un altro): quelli che hanno voluto che la critica si cancellasse e piegasse alle necessità del mercato.
I responsabili son quelli che hanno inventato una bellezza elitaria, decisa da docenti che sono presidenti di musei e fondazioni e delle stesse selezioni dei concorsi dei propri allievi, dove non si pone alcuna questione di conflitto di interesse – e magari si parla male del premier. La responsabilità è di chi ha voluto un’arte vendibile a pochissimi e accessibile a pochi, senza aggancio con la realtà pubblica (mentre il tanto citato Tintoretto è da sempre accessibile nelle chiese di Venezia): quelli a cui non importa cosa fai vedere ma il buon press-release.
Neanche i giovani curatori sono più indipendenti. La maggioranza di noi segue un modello dominante. E quasi nessuno si chiede più cosa dà, ciò che viene mostrato o organizzato. Per quello siamo il paese di Cattelan. Perché da noi si può campare – individualmente – sull’improvvisazione, la provocazione, l’attualità, l’idea, si vive del presente assoluto, che è solo produzione d’effetto. Che è spintone di Vascellari sul pubblico.
Eppure in Italia – forse con l’aiuto dei pochi privati non interessati a collezionare opere per stiparle in depositi come investimento finanziario, come fanno molti fondi bancari – si può fare qualcosa di diverso.
Si può andare oltre il teatrino, la commedia dell’Arte. Tritacarne per saltimbanchi presi a calci, per giovani artisti, che qui come in ogni settore non trovano spazio se non si adeguano alle logiche del mercato dove il prodotto nasce sulla base della sua possibile pubblicità.
Perché invece di polemizzare, nel nostro Paese non si costruisce un’alternativa? Perché appellarsi ad alte autorità per deplorare la situazione e poi non rinunciare alla propria visibilità, non aiutarsi a vicenda, e finire nello stesso meccanismo mafioso che tutti denunciano negli altri, solo perché alla fine s’adda campà? Perché mai la mafia è sempre degli altri?
Spero che a noi giovani curatori ed artisti queste stupide polemiche, che ripetono l’incapacità di programmazione della classe politica e della élite culturale italiana, ci portino a pensare il futuro in un’ottica radicalmente anti-competitiva, collaborativa, innovativa, radicata nelle persone che guardano e percepiscono i nostri lavori. Piuttosto che lamentarsi di Sgarbi o di altri.
E’ inutile polemizzare sulle scelte di Sgarbi, adesso: le opere non le abbiamo viste.
Non sappiamo cosa ne sarà di questo Padiglione Italia, ma non lo sapevamo neppure per i Padiglioni precedenti.
E se partiamo dal concetto che ognuno ha diritto di affrontare il parere del pubblico, sarebbe bene che qualcuno prima o poi si prenda la briga di chiedere al pubblico cosa ne pensa, se non altro perché l’arte è esposta a chi la guarda affinchè possa produrre un giudizio di gusto o disgusto, che susciti uno scambio interpersonale oltre che un moto interiore. Se non altro servirebbe per capire da un punto di vista sociologico come è recepito il linguaggio artistico.
Resta da capire se qualcuno si occuperà delle opere alla fine, soprattutto. Superando l’ostacolo del numero, che di sicuro darà adito a contro-critiche: perché nessuno vedrà mai tutta la biennale di Sgarbi fuorché forse egli stesso e ogni giudizio sarà accusato di parzialità non solo critica ma fisiologica.
Sgarbi ha ragione quando dice che tutta l’arte è contemporanea. Vada pure per questo. La selezione avvenuta anche con una giuria di saggi è oggettivamente un grande contributo al discorso critico, un filtro che serve a far emergere proprio un sistema di percezione complesso, articolato, estraneo al solo Sgarbi, che arricchisce il dibattito. Ben venga. Volerci far stare molti per non rappresentare nessuno e niente se non la potenzialità? Forse sarebbe già qualcosa. E ben venga quella posizione, che io prediligo dunque, l’interpretazione dell’arte, fuori dal mondo di esperti, la rinuncia all’assoluto della selezione curatoriale. Finché però l’interpretazione non si ferma alla recitazione: è però, questa Biennale, per ora, solo l’evoluzione di un caos barocco dell’arte. L’apoteosi della sua drammatizzazione, la sua messa in scena. In cui appare grandioso solo il padrone di casa, con la sua Biennale. Ci vorrebbe discrezione.
Il ruolo del curatore è smuovere con le opere, non movimentarle come giochi d’acqua nelle ville secentesche (o a Venezia) e auto-esibirsi per mezzo di esse. L’auto-esibizione di Sgarbi passa proprio per l’enormità della sua Biennale, il volere diventare tutto e tutti.
Il suo volere essere rappresentativo copre forse in partenza ogni risultato narrativo, restituendo dell’Italia quella molteplicità inconciliabile che ha tanto bene narrato Ermanno Olmi con il Mestiere delle Armi, nel ritratto di un’Italia rinascimentale, divisa dalla piccolezza dei poteri locali e delle invidie reciproche, che alla fine, per ragioni di corti e cortile, fanno passare i Lanzichenecchi, li fanno arrivare a Roma, dove diffondono sangue e peste.
E se non è questa l’Italia che vogliamo, lo dobbiamo fare vedere con il giudizio trasparente e le azioni, non con le attitudini, con le recite diplomatiche sempre disposte a farsi strada sulla pelle degli altri.
Ma c’è pure un po’ di analisi da fare circa la gestione del segno artistico, l’opportunità e opportunismo del suo destrutturarsi progressivo: sarà poi segno di libertà? Non è sempre pesante questa figura del curatore ed equivoca? Il “caos controllato” di When attitudes become form, titolo pregnante di Harald Szeemann, anche lui svizzero come la Curiger,non era forse già, in seme, nient’altro che lo spazio per la pubblicità del committente, della Philip Morris, la condensazione in una frase del fumo, della forma vuota e aerea di un’attitudine: piuttosto che come giusta sottrazione del curatore di fronte all’opera può vedersi, oggi, come l’anticamera dello svuotamento, sottrazione dell’opera ad ogni possibilità di contesto. Un modo diverso di compromettere la sua possibile dimensione pubblica, ponendola fuori dal comune.
Cosa che ci permette di parlare a vanvera di site specific, come se non fosse stata da sempre una qualità dell’opera d’arte in sé. Forse davvero è un mito quello della curatela indipendente, su cui riflettere.
Un periodo d’oro dove il mercato aveva bisogno di sottrarre l’arte al settore pubblico, per farla non indipendente, ma schiava, con finalità non dissimili da quelle dei Musei storici, fatti per esibire il potere pubblico e coltivare un’identità nella collettività tramite le opere d’arte. Né più ne meno che la Chiesa.
Forse dovremmo riflettere sul grado di continuità storica nella gestione pubblica del segno artistico. Sul grande evento della mostra di Arte Degenerata che attirò sulle opere odiate dal regime nazista e da esso mostrate in molte città tedesche, milioni di spettatori, non avendo artisti nazisti, per fomentare l’odio estetico. Dovremmo capire che la indipendenza sta nella qualità del lavoro artistico e curatoriale e investire su quello, e partire col farci un pubblico, ma davvero, indipendente.

Associazione Momos Castello 535, 30122, Venezia



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