
Anstam, la zona d'ombra. Marco Ricompensa / BLOW UP
Marco Lampis: Infinito cut-up di frasi e avverbi e aggettivi tratti da recensioni musicali casuali una vana rincorsa sul posto circolare e priva di sbocchi atta ad evidenziare l'impossibilità di descrivere l'esperienza musicale
Suono i miei strumenti virtuali essi si aprono ad un vasto orizzonte sonoro un'astrazione molto calcolata un qualcosa che manda ma non riceve se ne sta lì aspettando nella sua logica inviolabile per spuntare fuori prepotente proprio al momento giusto un suono spigoloso e siderale lo spettro dei corpi ad incarnare l'evocazione della misura amo l'idea di ascoltare qualcosa di nuovo in tutta la materia circostante amo definire l'evocazione il suono in un pezzo che ho sentito milioni di volte la musica si muove in un perimetro angusto un soundscape generico di immaginari studiati a tavolino piegati e strizzati fino a che non mi soddisfano fino a che consentano un'interpretazione della scansione fisicissima del mio pensiero poetico le percussioni ad esempio sono molto complesse un'ossessione ritmica progressiva un ribollire oscuro in continua ripartenza che si rigurgita sopra dovrebbero riflettere la vita e la vita è complicata ora ho abbracciato una sorta di musicalità un tipo di logica che semplicemente non è collegata al mondo esterno è molto simile alla musica suonata fisicamente qui il suono scarnifica certe dissonanze che affiorano qua e là per esempio sono le finestre che si aprono definitivamente dopo troppo chiuso perché un vento lieve che fa muovere le cose veloci possa entrare nella stanza ci sono tantissimi suoni che vanno e vengono volevo giocare con angelici riverberi vocali cori ad anello che contrappuntassero verticali reiterazioni violente che si inerpicassero su per le spirali leggère volevo creare un effetto singolare dilatato fino a sporcare un elemento che agisse effettivamente nella duplice forma di medium e materia fisica all'interno di un'architettura esistente niente singulti nessuna oscurità nessuna ansia ma un suono soffice ed etereo virginale e sognante su cui la voce dolce e intimista si posasse come rugiada sui petali è tipo come se avessi gettato uno sguardo alla materia che risuona nello stomaco più che nell'aria votata più alla mente che alle gambe con un senso d'imminente disfacimento delle strutture essa tiene spazi per brevi ma ispiratissimi e sempre cangianti interludi cui fanno eco nello sfondo riflessi che diventano protesi acustiche della luce un campo di suono ovattato e siderale può creare un eco sordo in un oceano di vuoto pneumatico è un fondale carico di luci quasi insostenibile in uno srotolarsi per perdere le sue malinconie sempre più specchio riflettente in un'oscurità impensabile uscire da sè muoversi con stacchi diluiti e arpeggi melodiosi per assecondare l'imprinting sonico l'esperienza personale dell'ascolto che realizza il suono vederla gonfiarsi epica e ridondante atonale tutta rigurgiti e sfasature giocare a nascondino decostruita come non mai l'architetto ha montato alla perfezione un'altra costruzione delle sue un intramuscolo una culla liquida dove poter ri-costruire la marziale coralità la misura del gesto eterno l'opera stessa nell'immaginario dell'ascoltatore produce una straniante micro architettura astratta e colma di input diversissimi mescolante elementi fisici e texture in sedimentazione questa zona d'ombra indirizza l'ascolto lungo un duplice complesso piano in cui il livello meno intelligibile di sostrato acustico emerge e s'inabissa irregolarmente come un fiume carsico dalle melodie basate sulla diafana coabitazione di strutture per me l'essenza della musica sta ovviamente nella sua ricezione non visiva c'è un sacco di carne sulle ossa dei pezzi il canto in contrasto è una sorta di ultima spiaggia della voce dove le architetture raggiungono una forma più aperta e capace di spingersi un pò più in là basta adattare orecchio e sinapsi e il tutto è precario provvisorio l'ultima cosa che intendo fare è distruggere il rapporto a due con la trascendenza l'energia rimbalza per la stanza bisognerebbe introdursi nell'ambiente con le dovute precauzioni pezzi a terra non ne sono avanzati già le ginocchia dolgono alla frizione col suolo tra detriti che odorano ancora mentre intorno tutto crolla restando in piedi le melodie nascoste in mezzo alle canzoni si reggono su elementi minimi i giri sono rimbombi d'anima non sono semplici composizioni piuttosto carcasse riversate nell'ambiente d'ascolto direttamente dal passato come inaspettati succosi flashback proiettati sull'ascoltatore è un paesaggio sonoro appiccicoso che prende vita con l'assenza dell'elemento umano un mosaico scomponibile di repliche infinite e ribaltamenti di prospettiva ipnotico e raggelato c'è qualcosa di folle e insensato che si eleva oltre la quotidianità fino a quando è possibile soffermarsi su tutto questo? togli la mano di scatto e con orecchi come cubo di Rubik che si sbreccia ti lasci imprimere nella carne un impianto atmosferico una scatola una struttura minimale che cova nel profondo del tessuto il baricentro i suoi incisi sono corti emergono frasi e singhiozzi ritmi rimbalzanti e sfoghi e sfiati antitempo l'incedere sfilacciato o il rallentamento morboso a mò di lungo assolo è un montante velenoso magma la camera d'eco resta però la chiave d'ascolto l'idea che è nella testa di tutti è una stanza di specchi senza porte affollata di vuoti che sussurrano popolata da presenze ineffabili tradurre questa informazione musicale non codificata che fluttua nell'aria senza forma nè direzione alcuna è solo possibile pensarlo? Tu non lo sai io non lo so nessuno lo sa non rimane che ammirarla ripensare l'elemento acustico in maniera attiva e creativa il suo rapporto col corpo nell'ambiente che ci circonda tra apparenza e scomparsa come un soundscape fantasmagorico che allarghi le prospettive dinamiche che riesca a scolpire le fluttuazioni dei passaggi che dopo la fine dell'ascolto si ha voglia di sentire in eterno di perlustrare il silenzio che s'è fatto intorno per ottenere sonorità che vagano alla ricerca di bordi e confini in questo modo il vettore di suono viene ad amalgamarsi con perfetta non soluzione e lo sguardo sul suono del tempo che passa penetrante opprimente solcato da un unico ossessivo flusso di coscienza torna a farsi melodioso e spaesato quando si ascolta la musica si ascolta sempre la propria versione personalizzata è come contemplare il cielo dall'alto
marco lampis
www.knivesovereyes.org