Questo intervento contiene una serie di annotazioni in vista di un’edizione futura di Free.Q.
Se l’esordio è stato all’insegna della dimensione dell’ascolto – dell’audio e del sonoro - un approccio alternativo potrebbe concentrarsi sul segnale, sulla materialità dell’infrastruttura che supporta la trasmissione radio.
Sbiaditi il mito dell’immateriale e del many-to-many, siamo sempre più consapevoli della dimensione ibrida tra lo spazio fisico e l’intangibile delle reti, ma anche dei nodi di controllo che caratterizzano l’era post-digitale.
Il digitale non è più una rivoluzione, ma qualcosa che abbiamo ampiamente digerito, normalizzato, qualcosa che respiriamo nell’aria con nonchalance, al punto che la differenza tra online e offline, analogico o digitale, ha scarsa rilevanza.
Per questo i segnali, le onde codificate e trasmesse (da radio e webradio come da altri media) diventano onnipresenti eppure difficili da percepire.
Le basi della radiofonia possono trasformarsi in uno strumento da rabdomanti di dati sparsi nell’etere.
L’archeologia sonora esplora fenomeni elettromagnetici attraverso tecniche di amplificazione che rende percepibile, analizzabile e documentabile eventi al di là dell’udibile (ultrasuoni, infrasuoni, interferenze, risonanze, segnali di wireless networks e bluetooth...).
I primi esperimenti fonografici di Thomas Edison e la psicofonia (o EVP Electronic Voice Phenomena) rientrano in questa dimensione (pseudoscientifica). Ma non mancano interpretazioni principalmente artistiche.
Martin Howse per esempio costruisce detektors per creare mappature e database di fenomeni altrimenti indecifrabili.
Combinando traduzioni di impulsi ultrasonici nello spettro dell’udibile e performance psicogeografiche, Howse coinvolge i partecipanti ai suoi workshop in attività di bricolage elettrochimico che rivelano cartografie invisibili, oscure crittografie e telegrafie occulte.
Sistemi radiofonici per la comunicazione tra funghi e sintetizzatori con la peste nera consegnano agli utenti strumenti virulenti per tenere sotto controllo noise e distorsioni.
Tom schofield condivide lo stesso approccio archeologico al concetto di trasmissione nell’installazione Null by Morse in cui una vecchia lampada militare manda messaggi via codice morse ad uno smart-phone.
I messaggi si riferiscono alla storia stessa del codice morse, una storia legata ad episodi di guerra e disastri (compresa la tragedia del Titanic).
Null by Morse esplora le continuità infrastrutturali interagenti nella storia della comunicazione fino ai giorni nostri.
Lo smart-phone è assunto come rappresentazione metonimica di un certo approccio all’innovazione e al futuro, e attacca il paradigma che rende i nostri strumenti costantemente ottusi e obsoleti.
Gabriella Arrigoni
http://cargocollective.com/fatlines
Tom Schofield
http://tomschofieldart.com/